Fino a qualche anno fa pareva un’emergenza nazionale, ma da tempo di omofobia si parla meno. Si è provato a riattualizzare il tema dopo il recente e drammatico duplice omicidio di Camaiore che il 24 giugno scorso ha visto Piero Moriconi, 63 anni, uccidere a colpi di fucile Mirko Moriconi di 24 anni e Kety Andreoni di 52, il figlio e la moglie.
La tesi inizialmente sostenuta era infatti che, alla base di questa strage familiare, vi fosse la non accettazione paterna dell’omosessualità del figlio – ipotesi plausibile ma difficile da considerare come esclusiva, visto che è presto pure emerso come il giovane fosse reduce da problemi di tossicodipendenza ed avanzasse spesso richieste di soldi che potevano aver esasperato il padre. Il contesto in cui si è consumato l’orrore, ora all’esame degli inquirenti, era probabilmente più articolato rispetto a come inizialmente presentato tirando in ballo la sola omofobia. Non è la prima volta.
Se infatti, da un lato, è indubbio che l’intolleranza purtroppo esista, dall’altro sono anni che casi anche clamorosi di asserita violenza omofobica poi si rivelano diversi da quanto apparivano. Si pensi alla vicenda dell’americano Matthew Shepard, brutalmente ucciso nell’ottobre 1998, poco prima del suo ventiduesimo compleanno. Si disse che era stato ucciso in quanto omosessuale e così il giovane divenne presto una icona del movimento arcobaleno internazionale. Quando però il giornalista gay Stephen Jimenez diede alle stampe The Book of Matt (Steerforth Press, 2013) – libro inchiesta costato 13 anni di lavoro, viaggi in 20 Stati Usa e un centinaio di fonti intervistate – emerse che Shepard non era purtroppo estraneo al mondo della droga, che conosceva i suoi carnefici con cui aveva perfino avuto rapporti intimi. Anche in quel caso quindi, per dirla col Giulio Andreotti interpretato da Toni Servillo ne Il divo (2008), «la situazione era un po’ più complessa».






