La competizione sull’intelligenza artificiale non si giocherà solo su capitale, chip e algoritmi, ma sulla capacità di costruire ecosistemi tecnologici affidabili e integrati. La tesi di Roberto Baldoni e Len Khodorkovsky: per le democrazie, la risposta alla concentrazione tecnologica non è l’autarchia, ma un’interdipendenza fondata su alleanze, standard comuni e fiducia verificabile
Il rischio principale della corsa all’intelligenza artificiale potrebbe non riguardare chi riuscirà a vincerla, ma il modo in cui quella vittoria sarà costruita. È la tesi al centro di un recente intervento pubblicato su Newsweek da Roberto Baldoni, già vicedirettore generale dell’intelligence italiana e primo direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (ACN), e Len Khodorkovsky, Senior Advisor del Krach Institute for Tech Diplomacy at Purdue ed ex Deputy Assistant Secretary of State americano per la strategia digitale.
Secondo i due autori, le democrazie si trovano di fronte a un doppio rischio. Da una parte, la crescente concentrazione di valore, dati e capacità tecnologiche nelle mani di un numero ristretto di grandi piattaforme e modelli di intelligenza artificiale. Dall’altra, la tentazione dei governi di rispondere a questa dipendenza attraverso strategie di sovranità tecnologica fondate sull’autosufficienza nazionale, con il rischio di creare ecosistemi isolati, costosi e poco competitivi.






