Una volta, molti anni fa, ho portato un mafioso a casa mia. Michele «manimuzza» Scarcella, boss della sacra corona unita di Ugento, con un curriculum criminale fatto di estorsioni, narcotraffico, minacce. Mai delitti di sangue, quello no.

Padrino di oltre cento affiliazioni: in carcere ne aveva «battezzati» talmente tanti che, per dire che era molto più di un prete, lo chiamavano il papa. Lo invitai a casa per un caffè. Volevo convincerlo a una intervista, e nel rapporto con certe fonti, con certi protagonisti, la fiducia è fondamentale: devi dimostrare di essere pronto a cedere un po’ di te, ad aprire le porte della tua privacy per convincere l’interlocutore a fare altrettanto.

Di quel boss però non sono mai diventato amico. Mia madre ha preparato il caffè in cucina ma non è entrata in contatto con l’ospite, a cui ho portato io le tazze in salotto. Chiariamo: Scarcella si era pentito, aveva collaborato, aveva contribuito alle indagini (il pm che lo aveva gestito si chiamava Giuseppe Capoccia, oggi è procuratore capo di Lecce) ma poco importa.

Dopo averlo intervistato, una volta esaurito il contatto professionale, non mi sentivo di diventarne intimo, di fargli conoscere i miei familiari o di passare momenti di svago insieme.