ROMA. C'è un aggettivo che più di ogni altro definisce la storia di Valter Lavitola ed è "vicino". Vicino ai poteri forti, vicinissimo all'ex presidente Berlusconi. Vicino al mondo dell'imprenditoria che lambisce le sfere criminali. Vicino all'ex presidente panamense Ricardo Martinelli e agli intrighi internazionali. Sempre vicino alle zone grigie degli affari, dove i mediatori, si sa, sono preziosi, sanno fare cerniera, uniscono sponde lontane. Un uomo dalle mille esperienze (e dagli svariati guai giudiziari): imprenditore, faccendiere, giornalista, ristoratore. E ora il suo nome compare tra gli indagati nel caso dell'attentato al giornalista Sigfrido Ranucci. Per i pm della Dda di piazzale Clodio è lui il mandante dell'agguato e l'altro ieri gli inquirenti hanno perquisito la sua abitazione, sequestrato cellulari, computer, appunti. Si scandagliano i suoi contatti, pure quelli presunti con la malavita campana. Come emerge dal decreto di perquisizione disposto il 4 luglio, la Procura di Roma gli contesta, tra gli altri, anche il reato di strage, oltre a detenzione, porto in luogo pubblico e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, aggravati dal metodo mafioso, in concorso con i quattro esecutori dell'attacco e con l'uomo ritenuto l'intermediario. Il 16 ottobre 2025 un ordigno scoppia davanti alla casa del conduttore di Report a Pomezia. Una bomba composta da gelatina di cava, la cui deflagrazione, si legge negli atti dell'inchiesta della procura di Roma, può «produrre un'onda irregolare con effetti imprevedibili, sia in termini di potere sia di estensione dei danni». Un avvertimento. Una minaccia. Le indagini, affidate prima al pubblico ministero Carlo Villani e oggi sul tavolo del collega Edoardo De Santis, non lasciano nulla al caso. Centinaia i filmati delle telecamere di videosorveglianza della zona e non solo passate al setaccio, centinaia le ore di intercettazioni. Si scandagliano le inchieste della trasmissione di RaiTre: da quelle sulla criminalità organizzata a quelle su alcuni legami e affari discutibili della politica. Lo scorso 30 giugno i carabinieri del nucleo investigativo di Roma arrestano su misura cautelare Pellegrino D'Avino, Antonio Passariello, Saverio Mutone e Marika De Filippis. Dicono di essere pronti a «far crollare i palazzi», alle spalle hanno qualche reato per furto e spaccio. Sono una sorta di "mercenari", disposti a fare il lavoro sporco per qualcun altro. Ranucci? Durante l'interrogatorio storpiano pure il nome. Dicono: «Non sapevano nemmeno chi fosse». Sarebbero stati assoldati da un intermediario che gli inquirenti identificano in Gomes Clesio Tavares, cittadino camerunense di 47 anni: avrebbe fornito indicazioni su dove e quando colpire, soldi, e assicurato il necessario per lasciare l'Italia e raggiungere la Spagna. Sparire per il tempo necessario. Secondo il decreto, sarebbe stato Lavitola a dargli mandato di «individuare soggetti in grado di reperire esplosivo e farlo esplodere davanti all'abitazione del giornalista». Il commando, intercettato dagli inquirenti, parla dell'attentato: «Andiamo a fare la storia». Non solo. I membri del gruppo, con gli amici, si autocelebrano, si incensano: «Ti ricordi quella tarantella che ho fatto a Roma?», «Vai a vedere su Google. Cerca attentato, Ranucci, bomba». Sul profilo di chi li ha contattati, sul suo nome e cognome, però, mantengono il massimo riserbo. Lo indicano come «Quello», senza alcun aggettivo in più. Ed è in questo delicato intreccio di contatti e connessioni che negli accertamenti e negli approfondimenti finisce il nome di Lavitola. Nell'atto c'è anche una data: il 16 settembre, un mese prima dell'attentato, l'imprenditore avrebbe effettuato con il 47enne un sopralluogo «nei pressi dell'abitazione» del conduttore di Report. Sino a qualche tempo fa Lavitola era proprietario di una pescheria-bistrot a Monteverde a Roma, dove oggi va spesso a mangiare. Da lì, diceva in un'intervista del 2018 rilasciata pochi giorni prima di una piccola esplosione a seguito di una fuga di gas nel palazzo del ristorante, ha deciso di «ricominciare dopo il carcere». E a cena nel locale, nel maggio 2023, secondo il racconto (con foto) fatto all'epoca dal Riformista, è andato anche Ranucci. Un tempo passato, certo. Ma la miriade di conoscenze di Lavitola, con mondi diversi e spesso lontani solo all'apparenza, potrebbero essere la chiave dell'attentato al giornalista d'inchiesta. In quattro si sono adoperati per piazzare la bomba. Criminali di piccolo calibro. Chi li ha voluti arruolare però sembra essere persona di ben più alto profilo. —