Davanti al giudice per le indagini preliminari, l’ex parlamentare e fondatore del Popolo della Famiglia ha respinto con fermezza le contestazioni che lo hanno condotto agli arresti domiciliari, respingendo l’immagine di “truffatore seriale” o “lestofante”. La sua difesa è chiara: il gioco, per natura, è “aleatorio”, un ambito in cui si può vincere o perdere.
Nella sua versione, la “Scommessa Collettiva” non costituiva un raggiro, ma un’iniziativa condivisa che avrebbe garantito utili ad almeno 90 partecipanti, fra cui notai, accademici e giornalisti.
Secondo Adinolfi, a denunciarlo sarebbero stati esclusivamente coloro che hanno registrato perdite, mentre chi ha beneficiato del sistema non si sarebbe rivolto alla magistratura.
Si dichiara “totalmente innocente” e bolla l’intera vicenda come “surreale”, denunciando una gogna mediatica alimentata anche da trasmissioni televisive come Le Iene. Contesta in particolare la ricostruzione degli inquirenti, secondo cui gran parte dei quasi 5 milioni di euro raccolti sarebbe stata destinata a spese personali.
Interpellato su bonifici per orologi di lusso, lingotti d’oro, quadri e viaggi alle Maldive e in Egitto, respinge l’ipotesi di un uso privatistico dei fondi, attribuendo alcune causali sospette a “superficialità” o a richieste di specifici segni di riconoscimento da parte dei clienti.











