Tutto sembra profondamente diverso rispetto a qualche anno fa: l’ombra dell’intelligenza artificiale sembra espandersi a vista d’occhio, anche nei gesti più quotidiani; i rapporti geopolitici appaiono sempre più fragili e bellicosi e, nel frattempo, non riusciamo a goderci un’estate mondiale da italiani. D’altro canto, gli italiani capaci di colpire la palla con la racchetta, invece che con i tacchetti, riescono a farci sognare come mai avremmo potuto prevedere. Umberto Eco, nel suo pezzo del 2012 "Dove andremo a finire?", esprimeva la sua impressione secondo la quale, nonostante la storia sia sempre stata popolata da profezie catastrofiche sul futuro (pensiamo ai Maya) o da altre in cui si dava credito a una lenta ma progressiva decadenza della società, il mondo stesse andando realmente un po’ alla rovescia. E forse questo genere di sensazione non se n’è mai andata dal senso comune, complici le trasformazioni repentine a cui ci stiamo abituando, dalla pandemia in avanti. Ecco perché destano un fascino irresistibile gli eventi in cui il tempo sembra fermarsi, in cui l’orologio della storia interrompe il suo ticchettio per permetterci di vivere qualcosa di unico. Gli avvenimenti che nel tempo non solo si ripetono in maniera ciclica, ma riescono a infondere le stesse emozioni di anni e anni prima, sono ciò che più si avvicina all’immortalità. Il torneo di Wimbledon è l’esempio straordinario di un evento che appare rigido, fuori moda e fuori epoca, e proprio per questo rimane una calamita in grado di appassionare milioni di tifosi. Il suo essere fuori dal tempo - o meglio, la sua capacità di portarci nel suo tempo, fatto di silenzi, colpi sordi e applausi - è ciò che lo rende il più grande torneo di tennis, nonostante, almeno formalmente, sia equiparato agli altri tre tornei del Grande Slam (Australian Open, Roland Garros e US Open). Quando osservi il verde di quei prati che viene lentamente consumato dalle scarpe dei tennisti che scivolano sull’erba, sai di non star assistendo a una competizione come un’altra, ma a un rito collettivo capace di trasportarci in una realtà alternativa: una realtà popolata da donne e uomini vestiti completamente di bianco e da spettatori che gustano fragole con panna, non prima di aver attraversato “The Queue”, la coda più famosa e lunga del mondo, in cui le persone si accampano anche 24 ore prima pur di partecipare a un’esperienza fuori dal tempo. Non esiste nemmeno la musica di sottofondo all’ingresso in campo dei giocatori, neanche tra un cambio di campo e l’altro: gli unici rumori dello stadio sono quelli della racchetta che bacia la sua pallina e dei sospiri, delle urla smorzate, dei fiati trattenuti degli spettatori alla vista di una palla corta eseguita perfettamente. In un mondo in cui tutto cambia e in cui persino lo sport è sempre più spettacolarizzato, Wimbledon rimane fedele alla sua filosofia e al suo stile. Non rincorre le tendenze, non tradisce il suo modo di comunicare: Wimbledon ha creato il suo mondo, la sua realtà di cui siamo fortunati a essere spettatori e in cui solo pochi eletti possono sognare di indossare la corona, entrando per sempre a far parte dell’All England Club. Non è Wimbledon a inseguire ciò che accade sulla Terra: siamo noi che, una volta all’anno, entriamo nel suo reame per sentirci parte di qualcosa di eterno. In una realtà a cui piace cambiare direzione, in cui siamo abituati a percepire la precarietà delle situazioni e la fugacità del tempo, cerchiamo ardentemente dei punti di riferimento che restino uguali a loro stessi, in modo da ricordarci che, per quanto noi possiamo cambiare e l’universo intorno a noi possa crollare, un frammento della nostra identità sopravviverà sempre in quel regno. Wimbledon è un luogo in cui domina l’attesa tra uno scambio e l’altro, un rito che ci educa ad assaporare con lentezza i momenti più intensi. È un tempio che si erge sopra le sabbie mobili di una realtà mutevole che, a differenza di un dritto di Sinner, non sempre segue la traiettoria lineare che avevamo immaginato. Ecco perché ci mancherà, ora che il sipario è calato, il torneo si è concluso e abbiamo festeggiato il trionfo azzurro: perché dovremo tornare a correre dietro al mondo, proprio quando avevamo avuto la sensazione di aver abitato un reame immutabile. Almeno fino alla prossima estate, quando torneremo a sentire quanto silenziosa sappia essere l’eternità.