Nel 1977 Der Spiegel piazzò in copertina una P38 sopra un piatto di spaghetti a indicare - sbagliando - che quella era l’Italia: terrorismo e trattorie. A fine 2025 il settimanale di Amburgo forse sceglierebbe come simboli la racchetta di Sinner e una via di Roma invasa dai turisti. In effetti, nessun popolo al mondo sta vivendo le vicende del tennis con intensità pari alla nostra. Sul tema offre spunti di riflessione anche il fatto che la Gazzetta dello Sport si sia spinta a dedicare tre quarti della prima pagina e le intere sette successive alla vittoria di Sinner su Zverev e all’attesa di Alcaraz vs. Musetti. Analoga scelta fa stasera il sito di Repubblica, che mette in homepage la diretta dall’Inalpi Arena e sotto quella da Chisinau dove è in campo l’Italia di Ringhio Gattuso. L’unico termine di paragone possibile è con il ciclismo tra la fine della seconda guerra mondiale e l'inizio del boom economico, quando Coppi, Bartali, Nencini, Baldini, Petrucci avevano più seguito delle squadre di Serie A. Storicamente, se gli sport “arcitaliani” (copyright Curzio Malaparte) erano stati per ottant’anni quelli di ruote, pedali e Cime di Lavaredo e di calcioni, curve sud e Pizzul, adesso ce n’è un terzo. Gli italiani sono ancora più protagonisti in queste ATP Finals, se non altro perché è Torino a ospitarle. In mattinata la coppia formata da Simone Bolelli e Andrea Vavassori, già qualificata per le semifinali, si permette un allenamento intensissimo contro i tedeschi Kevin Krawietz 3 Tim Puetz, che prevalgono soltanto dopo un combattuto long tie break: 7-6 4-6 13-11. In serata Lorenzo Musetti accarezza per un po’ il sogno di battere Carlos Alcaraz, ma deve accontentarsi di metterlo in serie difficoltà nel primo set.“Lollo” a.k.a. “Muso” è un arcitaliano. Bello e apparentemente maudit, di fatto è un tenerissimo papà che tra qualche giorno avrà il secondo figlio dalla compagna Veronica Confalonieri. Propenso a chiamare spesso in causa i santi, è gentile e cortese con tutti. Apuano di ascendenza montanara, se gli si chiede qualcosa non risponde con silenzi o con frasi fatte ma tenta di spiegarsi senza lesinare in autocritiche. Martedì sera, battendo all’ultimo tuffo Alex de Minaur, ha fatto registrare il 9 per cento di share e un seguito di 1 milione 693 mila telespettatori: numeri che nemmeno Montalbano garantisce più. Quando stasera alle 20.42 risponde al primo servizio del numero 1 al mondo, è consapevole che solo vincendo si assicurerebbe il passaggio alla semifinale. Non è un obiettivo impensabile, c’è un precedente: 2022, finale sulla terra rossa di Amburgo, Musetti batte Alcaraz 6-4 6-7 6-4. All’inizio Lollo gioca come sa, sbaglia poco, non perde contatto dal capofila ATP, per tre quarti d’ora conferma che la finale persa per un nonnulla ad Atene sabato scorso contro Novak Djokovic gli è servita per acquistare sicurezza. Poi però cede il passo in un interminabile decimo game, al servizio, che lo vede compiere gli unici errori non più rimediabili (6-4). Nel secondo parziale si percepisce dal body language un calo di fiducia che si traduce in un aumento del tasso di errore. Per il murciano è un invito a chiudere in fretta, come peraltro fa (6-1).L’italiano che, dopo Sinner, conta di più nel tennis mondiale ha 52 anni, veste preferibilmente completi chiari di ottimo taglio e, ormai, risponde in inglese anche alle domande che gli vengono poste da vecchi amici come Ubaldo Scanagatta, fiorentino, e Vincenzo Martucci, romano milanesizzato, tra i giornalisti che nel 1998 condivisero, a bordo campo nel Forum di Assago, il suo dramma al quinto set, avanti sul 6-5 e servizio a favore: improvvisamente gli cedette il tendine della spalla destra operata pochi mesi prima. Era il primo match della finale di Coppa Davis contro la Svezia, l’avversario si chiamava Magnus Norman. Quel ragazzo - Andrea Gaudenzi, allora dolorante e affranto eroe nazionale - è dal 2020 presidente e amministratore delegato dell’ATP, l’azienda che gestisce il circuito professionistico maschile, esclusi slam e Davis. È uno che si ritirò dal tennis nel 2003 dopo aver conciliato la carriera da Top 20 e la frequenza con profitto dell’università, fino alla laurea in Giurisprudenza a Bologna con una tesi sui contratti di sponsorizzazione. Poi arrivarono l’MBA alla International University of Monaco, l’affaccio nel mondo delle imprese con una preferenza per le start-up, la folgorante carriera da manager abilissimo a trattare i diritti televisivi, digitali, d’immagine. Tutte esperienze che gli hanno permesso di lanciare, nel 2022, OneVision, il programma di centralizzazione dei diritti, sfruttamento dei dati, valorizzazione degli asset di ATP Media. La sua idea è che i dati siano un potenziale tesoro, non una nota a pie’ di pagina. I tornei ATP sono invitati a pensarla allo stesso modo. Andrea è la figura-ponte tra il tennis degli anni ’90 e quello dell’era delle piattaforme, sa mixare le sponsorizzazioni, il business plan, le metriche, la fintech, la politica. Al centro, la soddisfazione dei tifosi. Stamattina ci ha spiegato con dovizia di particolari la strategia e le politiche della sua organizzazione per gli anni a venire. In inglese.
Perché adesso il tennis è uno sport da arcitaliani
Nessun popolo al mondo sta vivendo le vicende del tennis con intensità pari alla nostra









