La facoltà islamica è solo una parte del progetto tedesco di nazionalizzare l’islam per renderlo quasi una religione di Stato, finanziata dall’interno per gestire la formazione dei predicatori

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Il dibattito sulla nazionalizzazione del culto islamico in Germania sta progressivamente svelando i limiti strutturali di un approccio puramente burocratico alla sicurezza e all'integrazione, che si basa sulla convinzione che sia possibile imbrigliare un’ideologia semplicemente rendendola statale. Da anni Berlino persegue la chimera di arginare il radicalismo e l’ingerenza geopolitica delle potenze straniere, in primis la Turchia di Erdoğan attraverso la rete della Ditib, mediante l'istituzionalizzazione della figura dell'imam.La tesi della sinistra tedesca parte dal presupposto di sottrarre il monopolio della formazione alle sigle ortodosse finanziando accademie pubbliche per plasmare una classe di predicatori ancorata ai valori costituzionali occidentali. Un’architettura teorica e ideologica che, alla prova dei fatti, si sta scontrando con la realtà dottrinale e accademica. L'epicentro di questa strategia è l'Islamkolleg Deutschland (IKD) di Osnabrück, che fa il paio con la facoltà islamica di Munster, una struttura interassociativa finanziata dal ministero dell'Interno federale, che però riceve polemiche sia da mondo islamico che da quello civile. Da un lato, il progetto si scontra con il fermo rifiuto delle stesse comunità islamiche, che respingono fermamente qualsiasi tentativo di “nazionalizzazione” forzata, che rappresenta uno snaturamento inaccettabile della propria identità e autonomia dottrinale. Sul fronte opposto, il fuoco incrociato arriva dai difensori della laicità dello Stato e dai contribuenti, i quali contestano radicalmente l'idea che il denaro pubblico debba finanziare, direttamente o indirettamente, le infrastrutture e gli imam, violando il principio di neutralità delle istituzioni e, soprattutto, la tutela della cultura europea.