di
Daniele Manca
Il sistema industriale italiano mostra una natura profondamente multinazionale. Secondo l’Istat, nel 2023 ha prodotto 560 miliardi di ricavi all’estero
La soddisfazione per le capacità di esportazione da parte delle nostre aziende dovrebbe affiancarsi a un altro aspetto poco considerato: il sistema industriale italiano mostra una natura profondamente multinazionale. Con presenza produttiva e di filiali all’estero consolidata. Secondo gli ultimi dati disponibili forniti dall’Istat relativi al 2023, l’intero sistema nazionale ha prodotto 560 miliardi di ricavi all’estero. Una propensione ad aprire mercati anche non facili, come dimostrano le operazioni in Germania di Italo e Unicredit, che andrebbe valorizzata. Non comparabile certo con il fatturato dell’export che nel 2023 era a quota 626 miliardi e che nel 2028 punta ad avvicinarsi ai 700 miliardi. Di quei 560 miliardi, se si guarda alla produzione industriale in senso stretto, escludendo i servizi e quindi le reti commerciali, si arriva ben oltre il 50%.
Se prendiamo l’indice che misura, secondo l’Ocse, il cosiddetto livello di radicamento produttivo all’estero di un Paese (lo stock di investimenti esteri diretti in uscita, l’Outward Fdi), siamo a circa il 30-32% rispetto al Prodotto interno lordo (Pil) italiano per gli anni 2024-2025. Una percentuale simile a quella della Corea del Sud (32-35%), un po’ lontana da quella giapponese (35-40%). Se restringiamo il campo all’Europa vediamo che quelle percentuali per la Francia sono pari al 50-55%, la Germania è al 43-46%, la Spagna arriva al 38-41%. Paesi che tradizionalmente dispongono di un numero superiore al nostro di grandi aziende. Spazio per crescere per il nostro sistema industriale ce ne sarebbe. È evidente che imporrebbe una scelta in capo alle aziende. Ma non solo. Le garanzie di una produzione Made in Italy sono innegabili. La scelta dei maggiori colossi del lusso, per esempio francesi, di concentrare molto dei loro foreign investments nel nostro Paese è indicativa. Purché non cristallizzi una situazione di competitività basata molto su salari bassi piuttosto che su innovazione e trasformazione tecnologica. Un bel tema. Chissà se una politica abile a dividersi su ogni questione ideologica non voglia sfruttare l’ultimo anno di legislatura per occuparsi anche di tutto questo.








