di
Alessandro Fulloni
Giovanni Battista Montini scrisse al vescovo di Como: «Secondo gli Alleati quei documenti risultano essere nel vostro collegio». Ma lui negò
Ore 11 e 15 del 13 gennaio 1946. Città del Vaticano. Un capitano dell’esercito americano — si chiama John Norton e di lui, in questa vicenda, non si conoscerà altro — è ricevuto, in udienza privata, da Pio XII. Se del sorprendente contenuto dell’incontro si viene a sapere qualcosa è perché tre giorni dopo monsignor Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI e all’epoca segretario personale del Pontefice, ne riferisce, assieme a una richiesta, al vescovo di Como Alessandro Macchi.Ecco le sue parole trascritte integralmente dalla lettera intestata «Segreteria di Stato di Sua Santità»: «Un ufficiale Alleato ha qui informato che nel Collegio Gaglio (ma c’è un refuso, il nome corretto della scuola religiosa è Gallio, ndr) di codesta città si trovano dodici casse di documenti di Mussolini, tra cui suoi autografi. I comandi alleati potrebbero d’autorità richiedere e pretendere tali casse. Per ora preferiscono proporre che siano trasferite e cedute al Vaticano, riservandosi di prendere copia fotografica dei documenti che loro interessano. Prego Vostra Eccellenza Reverendissima, col dovuto riserbo, di voler informarsi della realtà delle cose ed esprimere con tutta sollecitudine il suo apprezzato parere». In basso a sinistra, Montini scrive che la lettera è da «consegnare» a Sergio Pignedoli — all’epoca anche lui assistente in Vaticano e poi cardinale a un passo dall’elezione al Conclave del 1978 — «che porti a mano». A questo punto va un po’ immaginato, lo sfondo del viaggio di Pignedoli dal Tevere verso il Lario e incuneato dritto nella spy-story delle carte segrete del Duce finite chissà dove nei giorni drammatici della sua fuga bloccata al capolinea di Dongo. La guerra è finita da circa nove mesi, il nazifascismo è stato spazzato via e l’Italia, in ginocchio, prova a risollevarsi. Strade e ferrovie sono disastrate e chissà Pignedoli come la raggiunge, Como, e quanti giorni ci mette per arrivarci. Fatto sta che quattro settimane dopo, la replica di Macchi — vescovo vicino alla Resistenza e che protesse i preti antifascisti dalle rappresaglie repubblichine — è nelle mani di Montini. «Eccellenza, posso assicurare che nulla di nulla — chiarisce l’alto prelato — è presso il Collegio Gallio».






