Il professor Marchetti (Luiss): non vanno esclusi attacchi informatici, attentati improbabili "Ma le parole di Rutte sulle basi hanno fatto danni, per Teheran siamo complici di Usa e Israele".di Lorenzo Mantiglioni

Alla fine rischiamo di pagare due volte. Dopo le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, secondo cui le basi italiane sarebbero state utilizzate dagli americani come supporto logistico per l’attacco in Medio Oriente, Teheran inserisce Giorgia Meloni, e quindi l’Italia, tra coloro che meritano di essere puniti per lo scoppio della guerra.

Sul tavolo, come sostiene Raffaele Marchetti, direttore del Centro studi internazionali e strategici della Luiss (Ciss), le ipotesi di ritorsione sono molte, tra cui sanzioni economiche e restrizioni al transito delle navi italiane nello Stretto di Hormuz. Ma se da una parte c’è chi minaccia Roma per aver sostenuto la guerra, dall’altra c’è chi fa lo stesso per l’esatto contrario.

Direttore, come dobbiamo interpretare la minaccia di Teheran nei confronti di Giorgia Meloni e del nostro Paese?

"Prima di tutto dobbiamo considerare la tempistica: la minaccia della Repubblica islamica arriva dopo le parole del segretario generale della Nato, Mark Rutte, e in concomitanza con i funerali della Guida suprema Ali Khamenei. È inoltre legata a una motivazione interna, ovvero all’esigenza del regime di dimostrare la volontà di vendicarsi dei principali responsabili e sostenitori di un attacco che viola il diritto internazionale, facendo leva sull’orgoglio nazionale".