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Simona De Ciero
Il giovane Boccucci ha assistito il padre all’hospice San Vito di Torino. E l’esperienza con la Fondazione è proseguita dopo la sua morte. Cure palliative e percorsi psicologici anche per i familiari dei pazienti
Lorenzo Boccucci ha 24 anni, sta completando l’università e scrivendo un libro per bambini. Due anni fa ha accompagnato il padre Francesco negli ultimi giorni della malattia. E oggi si racconta, spiegando che la cura non finisce quando una persona muore. Aveva 22 anni Lorenzo, quando ha smesso di chiedersi quanto tempo restasse a suo padre, scegliendo di stargli accanto nella fase finale del suo tumore alla vescica. «Volevo stare più tempo possibile con mio papà, senza pensare al dopo» ricorda. Quando parla del padre non parte dalla malattia, ma dalla persona: «Era molto leggero. Anche quando viveva esperienze molto toste, riusciva sempre a essere allegro». Continuava a proteggere i figli, insomma. «Vada come vada, state tranquilli. Io sono contento – ci diceva - della vita che ho fatto». Tra Lorenzo e Francesco, in quel periodo, c’erano affetto e vicinanza ma, anche, molte parole rimaste sospese. Fino a quando, nel suo percorso terminale, il papà arriva all’hospice Faro di San Vito, a Torino. Lì, infatti, cambia il modo di attraversare il tempo che resta. «Avevo tanti nodi irrisolti con il mio papà. E lì sono riuscito a parlarci, a trovare le risposte che cercavo da tempo». Attenzione però: non si tratta di una riconciliazione da film romantico ma di quel periodo sospeso tra la vita e la morte, in cui Lorenzo ha scelto di restare nella stessa stanza di Francesco, senza fingere che la morte non esista. Francesco racconta a Lorenzo chi è passato da lui: un infermiere, un medico, uno psicologo. «Alla Faro il babbo si è sentito “visto”. E curato, paradossalmente».







