E'stato uno dei capomafia più temibili, cresciuto con l'amico d'infanzia Totò Riina all'ombra di Luciano Liggio, secondo il quale sparava "come un Dio" ma aveva un "cervello di gallina". Latitante per 43 anni, fu considerato il "traghettatore" che guidò la mafia dal sanguinoso governo del "Capo dei capi" a una strategia più sommessa ma non meno pericolosa

Negli anni in cui la mafia, come disse il boss mafioso Totò Riina, "faceva la guerra per potere fare la pace", Bernando Provenzano fu considerato un "traghettatore". A dieci anni dalla sua morte, è rimasto colui che cambiò Cosa Nostra, perché dopo la morte di Riina guidò la mafia dalla stagione delle stragi a una strategia di sommersione, meno visibile ma non meno pericolosa. Il mito di Provezano era quello di un boss astuto, sanguinario e sospettoso di chiunque, che era riuscito a erigere attorno a sé una barriera invalicabile. Restò latitante per 43 anni, prima di essere arrestato nel 2006. Morì il 13 luglio 2016, a 83 anni, nell'ospedale San Paolo di Milano, dove si trovava ricoverato e sottoposto al regime carcerario del 41bis.

Provenzano fu uno dei capomafia più temibili. Si impose nelle file della cosca di Corleone e crebbe con l'amico d'infanzia Totò Riina all'ombra di Luciano Liggio, secondo il quale sparava "come un Dio" ma aveva un "cervello di gallina". Di qui la sua vocazione per le operazioni più sanguinose. Restò al fianco di Riina e nella stagione delle stragi lo affiancò fino a sostituirlo, dopo l'arresto che avvenne nel 1993. Si diceva, a quei tempi, che "Riina e Provenzano sono la stessa cosa". Ma il governo mafioso che rappresentarono fu molto diverso: irruento e sbrigativo Riina, accorto e riflessivo Provenzano. Fu considerato anche l'ultimo vero capo di Cosa Nostra. Per questo, il suo arresto, segnò un'epoca.