L'amministratore delegato, Oliver Blume, non ha i voti per approvare il maxi-piano di riduzione dei costi che farebbe chiudere 4 stabilimenti in Germania. I sindacati: «Ormai non ha più la nostra fiducia»
Chiudere le fabbriche? Esistono «soluzioni più intelligenti» per ridurre i costi. Dopo settimane di polemiche e preoccupazioni che si sono estese ben oltre i confini della Germania, Oliver Blume – amministratore delegato di Volkswagen – sembra allontanare l’idea di una chiusura degli stabilimenti del gruppo automobilistico. In un’intervista sull’edizione domenicale della Bild, uno dei tabloid più letti del Paese, Blume sembra voler stemperare le tensioni nate con il sindacato dei metalmeccanici all’indomani delle indescrizioni secondo cui il colosso tedesco ha in programma di chiudere quattro fabbriche entro il 2031.
Il piano shock di riduzione dei costi
«I nostri prodotti sono molto popolari, semplicemente non ne ricaviamo abbastanza. Ecco perché dobbiamo continuare a tagliare i costi, in ogni ambito», ha spiegato l’amministratore delegato. Il gruppo Volkswagen è uno di quelli che più ha risentito della tempesta perfetta che negli ultimi anni si è abbattuta sull’automotive: la domanda stagnante del mercato europeo, l’aumento della concorrenza dei rivali cinesi e i dazi commerciali imposti dagli Stati Uniti, che hanno ridotto i profitti dei suoi marchi di lusso, come Audi e Porsche. «L’ambiente in cui operiamo non è mai stato così difficile o pieno di rischi come lo è oggi, con tensioni geopolitiche, barriere commerciali, regolamentazioni, sconvolgimenti del mercato e un’intensa concorrenza», ha osservato Blume.












