di
Aldo Grasso
L’idea è quella del reality come esperimento antropologico, il meccanismo è semplice ma efficace: ciò che per gli Amish è normalità, per i concorrenti diventa una prova estrema
Ci sono due modi per raccontare gli Amish. Il primo è quello inaugurato dal cinema con «Witness»: il contrasto fra due civiltà, il silenzio contro il rumore, la lentezza contro la velocità. Il secondo è quello escogitato dalla tv: trasformare quella differenza in un format, «Vita da Amish» su Real Time (già proposto come «Breaking Amish»).
La comunità Amish attraversa una crisi esistenziale: i giovani abbandonano la chiesa e la popolazione diminuisce. Il vescovo Vernon propone una soluzione radicale: offrire a sei esterni l’opportunità di entrare nella comunità e diventare Amish. L’idea è quella del reality come esperimento antropologico: influencer, rapper, divorziati in crisi, aspiranti convertiti e anime smarrite vengono immersi in una comunità governata dalla fede, dal lavoro manuale e da una disciplina che oggi appare quasi fantascientifica. Il meccanismo è semplice ma efficace: ciò che per gli Amish è normalità, per i concorrenti diventa una prova estrema. Mungere una mucca vale quanto una finale di sport; rinunciare al telefono assume il valore di un rito iniziatico. Alla fine, però, è il format a imporsi: confessioni, conflitti e inevitabili lacrime finiscono spesso per prevalere sull’osservazione di una cultura che meriterebbe ben altra profondità.








