Qualche giorno fa, parlando dell’incapacità italiana di costruire il domani, ho usato l’immagine di una cataratta del futuro: vediamo ciò che è immediatamente davanti a noi, ma perdiamo di vista le conseguenze delle nostre scelte. Interveniamo quando un problema è già diventato un’emergenza, procediamo per settori separati, rinviamo decisioni e responsabilità senza chiederci dove ci porterà la rotta intrapresa.
La vicenda della Costa Concordia è forse una delle rappresentazioni più drammatiche di questa cataratta.
Ci sono date che, incrociandosi a distanza di anni, raccontano una storia più grande dei singoli avvenimenti. Il 12 luglio è una di queste.
Il 12 luglio 2012, quasi sei mesi dopo il naufragio, si tenne l’incontro relativo al procedimento disciplinare che avrebbe portato al licenziamento del comandante Francesco Schettino. Nel verbale Schettino chiamò in causa anche l’unità di crisi della compagnia, sostenendo di non essere stato adeguatamente aiutato e riferendo presunte indicazioni volte a evitare o ritardare interventi costosi.
Erano dichiarazioni difensive, contestate dalla società. Ma quelle pagine conservano una forza simbolica: mentre la nave era già affondata e trentadue persone avevano perso la vita, continuava la navigazione delle responsabilità, spostate da bordo a terra, da una persona all’altra, da una funzione all’altra.










