Per l’accusa faceva parte della cosca diretta dal padre, per lo più attiva nello spaccio di droga, e lo aveva aiutato nel controllo del territorio e nell’espansione al Nord. Venerdì pomeriggio, in tribunale a Lamezia Terme all’udienza preliminare per l’operazione Artemis, il giovane Matteo Cracolici, 25 anni, domiciliato a Cameri, figlio di Domenico detto «Mimmo», il cinquantatreenne che gli investigatori ritengono «capo indiscusso» del sodalizio col ruolo di promotore e direzione della ‘ndrina di Maida e Cortale, è stato condannato a 13 anni, 8 mesi e 20 giorni di reclusione. Una pena addirittura superiore a quella chiesta dal pm Romano Gallo, ovvero 9 anni e 4 mesi.
Altri 31 condannati tra capi e gregari Il giovane, che all’epoca del blitz era stato arrestato nel Novarese, era uno dei 35 imputati che avevano chiesto il rito abbreviato, su un totale di 86 indagati; altri cinque patteggeranno la pena, mentre per i restanti, rinviati a giudizio, il processo ordinario è attualmente in corso. Complessivamente sono stati condannati 32 accusati fra capi e gregari, con pene dagli 8 mesi ai 20 anni di carcere, come quelli inflitti proprio a Mimmo Cracolici, come chiesto dal pm. Fra le parti civili, accanto agli enti pubblici, c’è anche l’associazione Vittime dei reati. Secondo quanto emerso nel corso delle indagini, Matteo Cracolici aveva avuto un ruolo importante nell’eseguire le direttive del padre, veicolando messaggi tra gli associati e nei rapporti con altre consorterie, assicurando alla cosca il consenso di coloro che si ponevano sotto la sua protezione. Oltre a essere impegnato attivamente nelle piantagioni di marijuana gestite dal gruppo, aveva fatto anche da ponte fra il padre e alcuni famigliari in Piemonte, impegnati in società in cui, secondo gli investigatori, venivano immessi i capitali frutto delle attività illecite della cosca.







