Per Fosco Loregian, dopo l’ennesimo contratto mancato, è stata una frase in particolare a convincerlo che l’Italia non sarebbe più stata casa sua. Una di quelle che rimangono addosso per anni. “Durante un concorso all’università di Bologna, nel pieno del 2020, un componente della commissione mi disse che era bello vedere qualcuno trasformare un hobby, nel particolare ramo della matematica che avevo studiato, in una lunga catena di pubblicazioni. Risposi che non avevo fatto il ricercatore per hobby, ma per contribuire alla comunità scientifica e alla formazione degli studenti. Quel giorno ho capito che non volevo più continuare a sottopormi a quel tipo di umiliazioni”.

Fosco, di quasi quarant’anni e nato a Padova, oggi è professore universitario di matematica all’Università di Tallinn, in Estonia. Prima di arrivarci ha attraversato mezzo continente: il dottorato a Trieste, poi esperienze in Canada, Repubblica Ceca, Germania e Portogallo. Un percorso comune a molti ricercatori italiani, con una differenza: mentre all’estero le occasioni arrivavano, in Italia, racconta, non è mai riuscito a ottenere nemmeno un contratto di ricerca di breve durata, nonostante una trentina di candidature. “L’ultimo concorso è stato anche il punto di rottura. Era maggio 2020, in piena pandemia, il colloquio si svolse da remoto mentre io ero già in Estonia. Pensai che, visto che mi trovavo lì, tanto valeva provare a costruire il mio futuro dove il mio lavoro veniva considerato effettivamente per quello che era”, racconta a ilfattoquotidiano.it. L’Estonia lo conquista rapidamente, non soltanto per le prospettive accademiche. A sorprenderlo è soprattutto il modo in cui il Paese considera la ricerca e chi la fa. “Qui percepisci subito che il tuo lavoro ha un valore. Non è soltanto una questione di stipendio o di fondi, ma di rispetto”. Lo vede ogni giorno entrando nel dipartimento dove lavora.