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Giovanni Cortesi

Parla la 22enne marocchina sfregiata giovedì scorso sulla banchina della centralissima stazione Duomo del metrò giallo di Milano da un 27enne algerino: «La frase "sono musulmano" l'ha detta ai poliziotti. Ma che significa? Lo sono anche io, ma sono onesta, sono venuta qui per lavorare. A Milano pago 400 euro per un letto, ora non so come farò»

«Perché è successo proprio a me?». Il grosso cerotto le copre lo squarcio che la lama le ha aperto lungo la guancia. L’occhio è pesto. I dolori ancora forti. Come la paura. «Mi ha rovinato la vita. Come uscirò di casa con questa faccia? Come posso lavorare?». Per riuscire a parlare, la 22enne marocchina — sfregiata giovedì scorso sulla banchina della centralissima stazione Duomo del metrò giallo di Milano da un 27enne algerino — ha dovuto prendere tre tachipirine. La sua voce è incrinata dal pianto. «Mi fa tutto malissimo», dice. «E tutto per colpa di quello».

«Quello» è Mohammed Saidi, subito dopo bloccato dagli agenti della polizia locale. Ieri, il gip Cristian Mariani ha convalidato l’arresto. Resterà in carcere. Dovrà rispondere dell’accusa di sfregio permanente al viso, aggravato dai futili motivi e dall’«evidente pericolosità sociale». Al giudice, il 27enne, arrivato un mese fa dalla Francia per fare l’idraulico e che ha chiesto di essere rimpatriato, ha dato una versione dei fatti giudicata poco credibile in cui sarebbe stato lui vittima dell’aggressione. Arrivando a sostenere che la ragazza si sarebbe ferita da sola con la fibbia della borsetta durante la colluttazione. Non è così che è andata. La vittima lo ripete a fatica, dolorante, in lacrime.