A Bergamo il "gran ritorno" del progetto di Gian Piero Reverberi, sparito dalle scene un quarto di secolo fa. Il successore Stefano Marchioro: "In costume è una faticaccia, ma è la nostra identità. E non invecchia".
A volte ritornano. Parruccati, incipriati, in crinoline, come se non se ne fossero mai andati. E invece sono passati quarantasei anni da quando Rondò Veneziano, nato da un’idea del compositore-arrangiatore-direttore d’orchestra Gian Piero Reverberi per tentare una connection pop e musica barocca, ha sorpreso il mondo vendendo oltre 30 milioni di dischi. In Italia se n’erano perse le tracce attorno al Duemila, ma stasera la storia riprende a Bergamo, sotto la luna di Lazzaretto Estate. A parlare di questo “grand return”, come annunciato in locandina, è Stefano Marchioro, responsabile artistico, pianista e direttore dell’Orchestra, scelto dello stesso Reverberi, oggi ottantaseienne. "Con costumi e parrucche per i solisti sarà una faticaccia – non nasconde lui, recriminando sul caldo di queste notti di luglio –. Attualmente sul palco siamo in 28, tra cui, appunto, 7 solisti. Gli altri orchestrali, invece, sono vestiti in smoking. In tutto questo tempo nelle nostre fila sono passati tantissimi musicisti, garantendo sempre una qualità musicale eccellente".






