«Non mi dispiace, tutto sommato, non aver preso parte alle dispute che so essersi svolte in senato. Di fatto, avrei dovuto difendere una posizione che non condividevo, oppure sarei venuto meno a colui al quale non potevo rifiutare il mio sostegno». Così scriveva Cicerone in un’epistola ad Attico, composta nella quiete della villa di Tuscolo (Att. 4, 13). Ma subito dopo aggiunge: «ho lavorato con cura alla composizione di quei libri sull’oratoria; li ho avuti a lungo e molto tra le mie mani». La lettera descrive la difficile situazione politica che Cicerone si ritrovò a vivere nel 55 a.C. e che lo indusse a dedicarsi alla composizione del De oratore, celebre trattato retorico dedicato alla figura dell’oratore ideale.

Per l’intellettuale romano l’attività speculativa, per quanto praticata e difesa, era spesso confinata a una dimensione di rassegnato, più o meno volontario, ripiego dalla vita politica, considerata come lo spazio identitario privilegiato. Sebbene nel corso della sua carriera Cicerone abbia sempre cercato di intrecciare queste due attività, distinguendosi come oratore e come statista, quando scrisse il De oratore si ritrovò a vivere un disimpegno politico obbligato a causa dell’emergere di personalismi e lotte per il potere (nel 56 a.C. fu rinnovato il patto triumvirale tra Cesare, Pompeo e Crasso). Decise quindi di fare dell’attività letteraria il principale strumento del proprio intervento civile e, rivolgendosi «a più tranquille Muse» (fam. 1, 9, 23 ad mansuetiores Musas) rispetto a quelle della produzione oratoria, sviluppò nel De oratore una nuova concezione civilizzatrice della retorica, capace di offrire strumenti per affrontare la crisi che stava vivendo la res publica.