di
Mohammad Tolouei
Il racconto dello scrittore iraniano, autore di Enciclopedia dei Sogni (Bompiani)
TEHERAN - La folla era già in strada nel buio dell’alba; le vie che conducevano alla grande moschea Mosalla erano state chiuse già a chilometri di distanza e la gente abbandonava le auto in mezzo all’autostrada per proseguire a piedi. I primi due giorni della cerimonia dovevano offrire soprattutto un’immagine internazionale: tra la folla c’erano persone con le bandiere della Georgia, della Bosnia e della Nigeria, e i giornalisti in abiti formali, insieme ai blogger, ronzavano intorno a loro come mosche. Ma quello era soltanto il preludio del terzo giorno. Sembrava che le forze fossero state mobilitate proprio per quella giornata.
Il terzo giorno era soprattutto il giorno della coesione delle etnie. Erano arrivati da ogni provincia del Paese e avevano ormai preso posto. Donne piangevano i morti secondo l’usanza dei Lori, cantavano «Sono venuta a seppellire il mio leone», si battevano il petto e correvano avanti e indietro nel lamento rituale. Gruppi in abiti baluci e curdi, donne interamente vestite di nero con il chador arabo e il niqab. Tutti cercavano di guadagnare un posto il più vicino possibile alle bare, ma per cogliere l’imponenza della folla bisognava salire sui loggiati. Ovunque sventolavano bandiere rosse con la scritta in arabo «Vendetta per il sangue di Khamenei» e bandiere gialle di Hezbollah. Lo slogan della vendetta veniva diffuso da pochi partecipanti come un virus nella folla; quando ormai l’onda si metteva in moto, loro sparivano.






