È seduto al tavolino di un caffè, tiene aperto un romanzo spesso come un mattone, ma non gira una pagina da almeno un quarto d’ora. Ogni tanto alza lo sguardo verso la finestra, sottolinea una frase. Sulla copertina campeggia un titolo inconfondibile: I fratelli Karamazov. O Infinite Jest. È l’emblema del performative reader, un’espressione nata online che indica chi legge soprattutto per essere visto mentre lo fa. Per lui, il libro è un accessorio, un’estensione dell’identità, un messaggio rivolto agli altri.
Come molti fenomeni nati online, anche il performative reader vive di caricature. Nei reel che lo prendono in giro è spesso ritratto come un giovane uomo con felpa e cappotto lungo da film indie (in estate t-shirt vintage o camicia spiegazzata), e immancabile shopper di tela. Tiene il libro con aria solenne - possibilmente un classico russo in un’edizione consumata - e sembra leggere più lentamente di chiunque sulla faccia della Terra. Soprattutto, legge solo in pubblico: al bar, al parco, sui mezzi, in coda, durante il lunch break. In quel gesto c’è un alone di mistero: sta leggendo davvero o sta costruendo un’immagine di sé (magari da postare sui social)?
Naturalmente è una parodia, ma come tutte le parodie efficaci dice qualcosa del nostro tempo. Fino a pochi anni fa nessuno avrebbe sospettato che una persona seduta su una panchina con un romanzo in mano stesse ‘mettendo in scena’ qualcosa. Ma oggi viviamo nell’epoca in cui ogni attività può diventare contenuto. C’è chi filma la propria routine mattutina anche se è banalissima, chi documenta ogni piatto che prepara, chi trasforma una passeggiata in un racconto continuo. Tutto può essere interpretato come performance, e la lettura non fa eccezione. Secondo l’interpretazione social, chi sfoglia un volume in pubblico lo fa per darsi un tono, per distinguersi, per dire “io sono questo tipo di persona - e sono migliore di voi”.







