Pubblicato il: 11/07/2026 – 17:39

«Apprendere che ai rappresentanti dei Paesi della NATO, riuniti ad Ankara, sia stata donata una pistola personalizzata con tanto di munizioni, quale omaggio istituzionale, lascia inevitabilmente spazio a una riflessione che va oltre il valore materiale del dono. Comprendo il significato che il Governo turco ha inteso attribuire a quel gesto, anche come promozione della propria industria della difesa. Ma credo che la politica abbia il dovere di interrogarsi anche sul valore dei simboli». Lo afferma Salvatore Magarò, segretario associazione “I Riformisti”. «”Sic pacem, para bellum” non pare al giorno d’oggi rivelarsi una formula funzionale all’attuale contesto geopolitico. Ammesso che riuscissimo a interpretarne e applicarne il vero significato che i romani volevano attribuire ad una siffatta massima».

Nessun patto tra nazioni può riconoscersi in una pistola

«Per questo, da riformista, sento di non potermi riconoscere in un’immagine che consegna un’arma come segno di amicizia tra i popoli. Nessun patto tra nazioni può riconoscersi in una pistola. La storia dell’Europa ci insegna che i momenti più alti della diplomazia sono stati costruiti attorno a trattati, libri, opere d’arte, scambi culturali, cooperazione economica e dialogo. Mai attorno alle armi. Soprattutto in un tempo segnato da guerre, tensioni internazionali e conflitti che continuano a provocare morte e sofferenza, chi rappresenta le istituzioni dovrebbe avere la responsabilità di scegliere simboli capaci di alimentare fiducia e speranza, non immagini che inevitabilmente richiamano la violenza. La sicurezza è un valore irrinunciabile. Nessuno lo mette in discussione. Le democrazie hanno il diritto e il dovere di difendersi. Ma una cosa è la legittima difesa degli Stati, altra cosa è il linguaggio simbolico con cui si rappresenta l’amicizia tra alleati. E un’arma resta un’arma. E non può diventare il simbolo di una comunità internazionale che continua a dichiarare di voler costruire pace, cooperazione e stabilità».