Dopo un mese di detenzione, le autorità della Libia Orientale hanno rilasciato i 10 attivisti del Sumud Land Convoy. Il convoglio, composto da circa 200 attivisti internazionali, ambulanze, case mobili e camion carichi di beni di prima necessità, era partito a maggio dal Nord Africa per consegnare aiuti a Gaza via terra, parallelamente alla missione via mare della Global Sumud Flotilla. Il 24 maggio, una delegazione di dieci attivisti è stata catturata da una milizia affiliata alle Forze Armate Arabe della Libia (Laaf) del generale Khalifa Haftar presso il valico di Sirte, mentre negoziava un passaggio sicuro. Tra le accuse, immigrazione illegale, appartenenza a un gruppo terroristico e assembramento in luogo non autorizzato.Il 23 giugno è scattata l’espulsione. Domenico Centrone e Leonarda “Dina” Alberizia sono rientrati in Italia assieme a Matias Alvarez Rodriguez, uruguaiano con passaporto italiano. Una liberazione che apre quesiti sulle trattative, ma anche sui motivi della detenzione. Una vicenda che parla della natura degli accordi tra Italia e Libia e che vede la Turchia come elemento determinante. A differenza degli altri partner occidentali, dislocati a Tripoli o Tunisi, l’Italia mantiene una presenza diretta in Cirenaica tramite il Consolato di Bengasi. Questo ha garantito un vantaggio operativo: già il 27 maggio il console Filippo Colombo ha visitato il centro di detenzione per monitorare le condizioni dei connazionali e richiedere migliori trattamenti per l’intero gruppo.Il motivo di questa presenza risiede nella solida rete di storici patti bilaterali che fanno da sfondo a tutta la vicenda. Il Trattato di Bengasi del 2008 ha posto le basi per ingenti investimenti infrastrutturali italiani, mentre con il Memorandum d’intesa del 2017, costantemente rinnovato, l’Italia delega di fatto alla cosiddetta guardia costiera libica il contenimento dei flussi migratori nel Mediterraneo. Grazie all’Economic Forum di Bengasi, decine di aziende italiane si sono aggiudicate commesse multimilionarie per ricostruire le infrastrutture distrutte dalle alluvioni, stringendo accordi diretti con il Fondo per la Ricostruzione della Libia, non a caso guidato da Belkacem Haftar, figlio del generale. Il peso degli accordi strategici con un alleato ritenuto irrinunciabile per la sicurezza e gli investimenti nazionali spiega la linea di estrema cautela adottata dal governo. La detenzione degli attivisti si è trascinata per un mese nel silenzio assordante della politica italiana che ha evitato ogni condanna pubblica contro il regime di Haftar. A questo si aggiunge un calcolo politico preciso, come spiega a L’Espresso Claudia Gazzini, Senior Analyst dell’International Crisis Group: «L’Italia non voleva mettere a repentaglio la collaborazione sui migranti, né essere vista intervenire a spada tratta per la missione pro-Gaza. Forse l’Italia aveva capito che la situazione si sarebbe sbloccata in un mese. A Bengasi girava già voce che Saddam Haftar li avrebbe trattenuti per un mesetto. L’obiettivo era dare una lezione per scoraggiare futuri convogli e mandare un segnale di collaborazione a Egitto e Israele».Se c’è una certezza in tutta questa storia, è che il ritorno a casa degli attivisti non è stato il frutto di un singolo intervento bilaterale, ma di un complesso lavoro diplomatico che ha visto entrare in gioco anche la Turchia. La spinta decisiva per il rilascio sembra essere arrivata attraverso una trattativa condotta dietro le quinte. Una fonte interna ha detto a L’Espresso che «all'inizio ci hanno risposto che potevano aiutarci in modo informale, ma non essendoci cittadini turchi tra i 10 detenuti, non potevano farlo ufficialmente. Successivamente, però, si sono mossi in modo ufficiale». A spingere il governo Recep Tayyip Erdoğan a intervenire è stata la fortissima pressione dell’opinione pubblica. «Se ne parlava continuamente nei media, c’erano appelli ovunque affinché il governo intervenisse», spiega la fonte. Messa alle strette e desiderosa di riaffermare il proprio ruolo di protettrice della causa palestinese, la Turchia ha mobilitato la propria intelligence, il MIT, per negoziare direttamente con Haftar. L’esito di questa mobilitazione si è concretizzato rapidamente. «La mattina stessa del rilascio», rivela la fonte, «un nostro contatto diretto in Turchia ha ricevuto una chiamata dai servizi segreti turchi. Confermavano che avevano raggiunto un accordo per la liberazione». Il 23 giugno il capo dei servizi segreti turchi, Ibrahim Kalin, ha incontrato il generale. Sebbene i motivi ufficiali di tale incontro riguardassero altri temi, come il riposizionamento strategico della Turchia in Cirenaica, la tutela degli interessi energetici e la stabilizzazione della regione, questo incontro ha decretato il passaggio dalle trattative informali a un intervento concreto.I dettagli dei negoziati resteranno opachi, ma la reale merce di scambio non sembra essere di natura economica. «Gli Haftar usano queste opportunità per ottenere visite di funzionari d’alto livello per farsi legittimare», sottolinea ancora Gazzini. Haftar «cavalca questa onda dell’opportunità fornita dagli Usa di diventare Presidente del Consiglio Presidenziale». È probabile si sia trattato di «un utilizzo politico della questione per farsi vedere con i potenti del mondo». Una vetrina diplomatica che l’Italia ha scelto di negargli, ma che la Turchia ha saputo concedere.