Drammaturgo, giullare, intellettuale, attivista, trascinatore. Nella grandezza di Dario Fo c'è anche la musica, non solo quella integrata nei lavori teatrali. Umbria Jazz dedica uno spettacolo a “Le canzoni di Dario Fo” (Perugia, Teatro del Pavone, ore 19 dell’11 luglio, ingresso gratuito). Enrico Intra, decano del jazz italiano, tanti anni fa ha sentito quelle canzoni prendere forma e in questa occasione, oltre a suonare il pianoforte, porta sul palcoscenico la sua testimonianza. Dialoga con Jacopo Fo, autore e attore, e figlio di Franca Rame e Dario.«Mio padre ha scritto 300, forse 400 canzoni e in questo spettacolo commento quelle che mi emozionano di più. Sono canzoni come il “Coro degli spazzini”, che era lo straordinario inizio di uno spettacolo (“L’uomo nudo e l’uomo in frak”,1958, Ndr.): si apriva il sipario e c’erano cinque spazzini. Erano vestiti con grembiule e cappello grigi e spingevano veri bidoni della spazzatura su ruote. Oppure “La prima volta”, che dice: “Fammi ancora un livido sul femore, un violetto livido d’amor, come quel sabato che mi sfasciasti un piede e mi rompesti un rene al Ramberset”. Un delirio, no? Abbiamo voglia di divertirci: c’è una scaletta, ma da cambiare in corsa, come nello spirito di quei tempi».Di Enrico Intra Jacopo dice che «è una bestia da palcoscenico. Per mio padre è stato un amico di sempre, con Jannaccierano un trio formidabile. Si sono conosciuti negli anni ’50 ed è stato testimone delle cantate collettive che si facevano nei locali di Roma e Milano dove spesso artisti americani e italiani si incontravano. Ci potevi trovare Gaber, Moravia, Pasolini, scultori, architetti. Nel dopo spettacolo cantavano tutti insieme le canzoni americane, il blues, il jazz. Mio padre però non sapeva l’inglese, quindi è lì che ha inventato il Grammelot». Se pensavamo che il recupero, o l’invenzione, di quella lingua che mescola antichi dialetti padani con le parole moderne derivasse dalla riscoperta del teatro dei giullari da parte di Dario Fo, Jacopo rivela che nasceva invece dal desiderio di trovarsi insieme a quella comunità di artisti del dopoguerra. «Una certa cultura progressista, ribelle, aveva luoghi di incontro dove andare per parlare con gente interessante, cercare novità, sapere cosa si combinava in giro», continua il figlio di Dario Fo: «E c’erano tutti: anche i pittori compagni di mio padre all’Accademia di Brera». Dario Fo era anche pittore. La sua opera del 2013 “La danza degli Zanni” è il manifesto dell’edizione di Umbria Jazz di quest’anno, centenario della nascita. «Tra mostre e spettacoli nel 2026 abbiamo superato i cento eventi commemorativi in Italia di mio padre», rimarca: «Altrettanti si sono svolti all’estero, ma il merito è della Fondazione Fo Rame, di cui mia figlia Mattea è presidente». Jacopo Fo nello spettacolo di Perugia racconta, non canta. «Sono stonato, tanto che quando andavamo in macchina, in famiglia mi impedivano di cantare. Però so ballare».Nella motivazione che nel 1997 accompagnava il premio Nobel per la Letteratura era scritto che Dario Fo fustigava l’autorità e risollevava la dignità degli oppressi. «E la musica non era scindibile dalla parte teatrale», sottolinea Jacopo, i cui ricordi sono anche drammatici: «Ho un imprinting tostissimo. Siamo tutti comici, ma loro erano di una rigidità allucinante. Mi volevano tantissimo bene, ma c’era un senso del dovere al quale non si facevano sconti. Non avevo ancora compiuto 18 anni quando mia madre tornò a casa coperta di sangue e di bruciature di sigarette dopo che l’avevano picchiata e stuprata. Il salotto della nostra piccolissima casa si riempì di gente. Mio padre era un blocco di cemento, perché non era permessa una reazione emotiva. Siamo comunisti, siamo stati colpiti, lo sapevamo. Alzati e combatti. Questo era il punto. Negli anni sono riuscito a mitigare tutto questo, sono andato anche dallo psichiatra. Certe cose però uno se le porta dietro per tutta la vita. Quando avevo 11 anni mia madre mi portava nei quartieri disagiati per dare da mangiare alla gente. Mi dicevano che aiutare le persone è la cosa più bella che avessi potuto fare nella vita».Lo spettacolo di Umbria Jazz si intitola “Le canzoni di Dario Fo”, ma in ogni testo c’è anche Franca Rame. «Mia madre non scriveva, però lavorava in simbiosi con mio padre. Infatti con le mie figlie abbiamo deciso che tutti i testi che vengono rieditati in questi anni devono avere sempre la firma di Franca Rame. Ogni volta che mio padre scriveva qualcosa andava da mia madre e gliela leggeva. Lei diceva: taglia qua, allunga qua, perché non ci metti questo? Non c’è cosa in cui non abbia messo le mani, ma c’era anche un fattore culturale: mio padre era l’autore e mia madre non voleva imporsi come autrice. Almeno fino a quando non cominciò a scrivere e a firmare testi femminili». Come spiega tanto Dario Fo e Franca Rame ancora sui palcoscenici? «Significa che hanno lasciato il segno. Continuamente incontro persone che mi dicono quanto si sono divertiti, impressionati, quanto con loro hanno ragionato».