Bekir Halilović è nato nel gelido inverno del 1994 tra i feriti e la disperazione che riempivano l’ospedale di Srebrenica. Nel 2003 è tornato per seppellire il padre, una delle vittime del genocidio, scegliendo poi di fermarsi a vivere in quell’angolo vicino alla Drina. Oggi è un giovane padre ed è una delle anime della comunità interetnica Adopt Srebrenica, attiva nella documentazione della vita prima di quella tragedia, di quel luogo che era anche industria e turismo termale, cercando fotografie e testimonianze che possano consegnare un volto da ricordare a quella generazione senza padri. La storia di Bekir è una delle voci raccolte nel libro Nessun’altra casa (Del Vecchio Editore) dal giornalista romano Gabriele Santoro. Dieci testimonianze che arrivano a oltre trent’anni dal genocidio di Srebrenica quando oltre 8 mila uomini e ragazzi bosgnacchi vennero massacrati dalle truppe serbo-bosniache del generale Ratko Mladić. Un racconto tra generazioni che ricostruisco il tessuto di una comunità che ha imparato a convivere con l’assenza. Ci sono le parole di un giovane soldato sopravvissuto ai boschi della fuga, il coraggio delle donne che dalle fosse comuni hanno cercato i propri cari e di chi ha scelto la vita invece della vendetta. C’è speranza e c’è realtà. Ci sono le contraddizioni e le anime di storie personali che diventano Storia collettiva in un luogo dove l’Europa è morta, 31 anni fa. L’11 luglio ricorre infatti la Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica, e pochi giorni fa si è ricordato l’anniversario dalla fondazione dell’Icmp – International Commission on Missing Persons, creata il 29 giugno 1996 inizialmente per contribuire al ritrovamento delle persone scomparse durante i conflitti nell'ex Jugoslavia. Oggi, oltre il 75% delle persone scomparse nei Balcani occidentali è stato ritrovato. Nel centro di Tuzla si identificano ancora oggi le vittime del genocidio e ogni anno vengono tumulati nuovi resti al Memoriale di Potočari, alle porte di Srebrenica. Consegnando un nome a chi ancora aspetta. Un mosaico di storie, che nelle dieci raccolte con dedizione e conoscenza da Gabriele Santoro emergono con elementi comuni che ci riportano a riflettere anche sulla più stretta attualità. In un mondo che brucia, sempre di più. Un progetto di storia orale possibile grazie alla Fondazione Alexander Langer Stiftung che lavora da tempo sul territorio. «Il filo conduttore del libro è proprio quanto un evento così traumatico impatti sulla vita delle persone e sulle future generazioni – racconta -. Tornare in quei luoghi significa non solo occuparsi della Bosnia ma del nostro tempo, della memoria collettiva e dei continui traumi dei giorni che viviamo», spiega. «In questo lavoro mi ha colpito tantissimo la resistenza degli oggetti che diventano importanti frammenti di memoria come nel caso di Mirko Sekulić che racconta come il figlio Marko conservava la scatola dei trucchi della madre, uccisa da un cecchino, e l’apriva ogni volta che ne sentiva il bisogno». Per ricordarla, per averla con sé.