Irvin Mujčić aveva 5 anni quando, la mattina del 16 aprile del ’92, partì con la madre, il fratello e la sorella, la scrittrice e traduttrice Elvira, con l’ultima corriera prima che le truppe di Arkan entrassero nella sua Srebrenica.

Rimasero il padre e lo zio a difendere la casa.

Tre anni dopo, i caschi blu olandesi avrebbero ordinare ai bosniaci di disarmarsi e di raggiungere i punti di “salvezza”, in cui sarebbero rimasti incolumi, consegnandoli di fatto ai macellai di Ljubiša Beara, che aveva ideato a un “metodo Srebrenica” per attuare la “soluzione finale” contro i bosgnacchi, i bosniaci musulmani: ovvero uccidere i prigionieri in massa e spargerli nelle fosse comuni.

Il metodo, approvato dal generale Ratko Mladić e da Radovan Karadžić, fu messo in atto, sotto la “vigilanza” dei caschi blu, tra l’11 e 22 luglio 1995 8.372 bosniaci maschi musulmani (il più giovane aveva 11 anni), civili e militari, furono uccisi da parte dell’esercito serbo.

Il documentario al Festival del cinema di Locarno