Da Million Dollar Bsbe di Anna al ritorno dei Rolling Stones, passando per gli album di Pablo America e fenoaltea, tra gli altri: ecco le recensioni di album e canzoni della settimana.
Rolling Stones, Anna e fenoaltea
Negli ultimi sette giorni un pezzo importante di critica musicale (e qualche turista) si è dedicato a una domanda: com’è possibile che Ultimo riesca a radunare così tanta gente, se le sue canzoni non mi dicono niente? A una versione di questa domanda posta in maniera meno ombelicale avevo provato a rispondere un anno fa. Ma il gusto resta insondabile a priori, un fenomeno da osservare mentre si manifesta nella sua maniera illogica e casuale.
Per esempio, l’allontanamento del pubblico italiano dalla musica cantata in lingue diverse dalla propria ha molte spiegazioni, nessuna soddisfacente, tutte frustranti. Un pezzo importante del Paese così si perde un discretissimo ritorno dei Rolling Stones con "Foreign Tongues" (lingue straniere, per l’appunto) dove almeno un paio di brani hanno la stessa contagiosa energia vitale che non si sa da dove Jagger e Richards attingano ancora, superati gli ottanta: fai caso al falsetto di "Jealous Lover" o alla vera pacca di "Hit Me In The Head". Costoro si perdono anche la chitarra dal suono impossibile da replicare per i più di Jack White in "Frozen Charlotte", ennesima celebrazione di riff scheletrici e rock ondeggiante senza gabbie digitali. O, se proprio andassero a scavare nelle release meno conosciute, lo stupefacente nuovo disco di pop alieno di Kelela, "new avatar", che porta a galla il suono terrificante delle città piene di gente isolata in un’America sempre meno familiare. In compenso, c’è ancora l’America dei luoghi comuni (del secolo scorso), distillata in dischi che suonano internazionali senza esserlo veramente. Idee grandiose e canzoni minuscole nell’americanata di Anna Sto parlando di "MILLION DOLLAR BABE" di Anna, la nuova raccolta di banger usa e getta che la rapper spezzina propone per conquistare la classifica FIMI degli album, almeno per una settimana in questa insostenibile e arida estate. Lo fa parlando con la sintassi della simulazione assurda in cui ci troviamo a vivere. La durata brevissima (in media due minuti), e la lingua stessa di Anna sembrano calibrate per TikTok: un coacervo di calchi dell’americano parlato (su internet) che da un annetto si sono insinuati nel vocabolario del rap italiano, come "noi non siamo delulu, siamo piene di loot" in "Crystal Collo"; marchi inesistenti dall’orizzonte di qualsiasi italiano, come la catena di ristoranti giapponesi Benihana, simboli non molto chiari consumati in serie TV viste con un occhio solo. Una lingua inesistente fuori dai telefoni di chi passa troppo tempo online, e per questo perfetta per contestualizzare queste favole di riscatto molto generiche (“le popolari” non hanno mai una localizzazione precisa, così funzionano in ogni città) e dare al tutto il sapore familiare del riconoscimento, della comprensione di un sottotesto palese come il testo. Anna e Ultimo, insomma, giocano allo stesso gioco solo con strumenti diversi.










