Quella sera la sedia sulla quale era seduto «Pinuccio il napoletano» era ancora lì, sulle basole, davanti alla porta del basso, con i bossoli disseminati a terra. Il commando aveva tentato di ammazzarlo nel cuore di Bari vecchia. Ma Giuseppe De Felice («il napoletano») era miracolosamente scampato ai colpi. Era lì piuttosto a zittire le grida delle donne del clan. Era sopravvissuto perché, per caso, un ragazzino di 15 anni, che aveva appena finito il turno in un bar di via Andrea da Bari, dove faceva il cameriere, stava, rientrando a casa. Quel ragazzino si chiamava Michele Fazio.

Il suo nome è scolpito in profondità nella memoria di una città che quel giovedì sera di 25 anni fa, ammutolì per l’orrore della morte di un giovinetto, cresciuto tra i vicoli stretti intorno a Largo Amendoni, un ragazzo che aveva le famiglie di camorra come vicine di casa ma che nulla c’entrava con la paranza dei clan.

La faida sanguinosa tra i Capriati e gli Strisciuglio aveva creato quell’estate calda e carica di paure, un clima di guerriglia.

Fino a quel momento nelle dinamiche oscure e violente di una «picciotteria» che andava in giro con il «ferro» infilato nella cintola dei pantaloni e il caricatore pieno, il tributo di sangue e piombo era stato pagato quasi esclusivamente dai sodali dei clan.