Il catastrofismo è un genere letterario, e la scuola ne è da anni la protagonista prediletta. Negli ultimi anni anche le aule sono state oggetto di una narrazione che ha esasperato alcune criticità in un contesto che presenta senza dubbio delle problematiche, ma anche interessanti elementi positivi. A dettagliarli è il volume “In costante divenire. Insegnare tra molteplici impegni in contesti plurali”, a cura di Gianluca Argentin (il Mulino, 536 pp., 44 euro). Lo studio, il più ampio mai condotto sui docenti italiani, ha coinvolto circa diecimila insegnanti in quattrocento plessi scolastici e si aggiunge alle rilevazioni del 1990, del 1999 e del 2008.Guardare la scuola dal punto di vista dei professori è fondamentale per diversi motivi, che Argentin elenca nell’introduzione al volume. Gli insegnanti sono una delle categorie più numerose del mercato del lavoro. Dopo i genitori e i parenti, sono il riferimento educativo più prossimo alle nuove generazioni e spesso una delle prime autorità incontrate fuori dalla famiglia. Possono inoltre diventare decisivi nel percorso di emancipazione e di ascesa sociale dei ragazzi che vivono in contesti difficili. Lo stesso autore definisce il suo lavoro “un’occasione per bonificare il dibattito pubblico sulla scuola dagli allarmismi e sensazionalismi che lo inquinano quotidianamente e che sono troppo spesso basati sull’estremizzazione di casi aneddotici”. Nelle oltre cinquecento pagine dello studio sorprendono alcuni dati. Il primo fra tutti è il grado di soddisfazione dei docenti, superiore a 7,5 su una scala da 0 a 10, condiviso trasversalmente da tutti i gradi scolastici e “superiore a quanto registrato tra molte altre occupazioni nel nostro paese”. Oltre l’88 per cento rifarebbe la stessa scelta professionale e ne riconosce, sempre di più, il valore sociale e la responsabilità per il futuro del paese.C’è poi un numero di forte attualità. Alla domanda se la violenza fisica contro gli insegnanti sia cresciuta, nel 1999 rispondeva di sì un docente su cinque. Oggi rispondono di sì quasi otto su dieci, il 78,6 per cento. Un balzo che parrebbe la prova dell’emergenza, se non fosse che gli stessi insegnanti, interrogati non su ciò che temono ma su ciò che hanno visto, raccontano una storia immobile. La quota di chi dichiara di aver assistito ad almeno un episodio nell’ultimo anno resta attorno al 35 per cento nel 1999 come nel 2008 come nel 2025. La devianza a scuola non è aumentata, è aumentata la paura che se ne ha. I dati, scrivono gli autori, “non autorizzano a parlare di una nuova emergenza devianza”. Lo stesso paradosso che l’Istat certifica per il paese, dove i reati calano e l’insicurezza percepita sale. Anche la presunta scarsa cultura dei nostri docenti viene smentita da alcuni riscontri. Gli acquisti di libri in crescita, le visite a mostre, gli abbonamenti a teatro e cinema fanno pensare all’insegnante come a un potenziale “traino culturale della società”.Lo studio non tace, però, le difficoltà che i professori vivono. C’è la percezione di un prestigio sociale in declino, un carico di lavoro che va ben oltre le diciotto o ventiquattro ore settimanali, una carriera pressoché immobile. E ci sono i capitoli sulle questioni di genere, sull’uso dell’intelligenza artificiale, che il 73 per cento non impiega mai con gli studenti e a cui solo un insegnante su tre si dice preparato, e sulle urgenze su cui investire. “Primum vivere, deinde philosophari” è il motto che gli autori affidano allo studio. I docenti dichiarano una “diffusa stanchezza nei confronti del riformismo incrementale” e chiedono che vengano affrontate prima le questioni basilari, gli stipendi, le strutture, la stabilità normativa, per spostarsi solo dopo su altri fronti come la valutazione e le riforme di sistema. Restano problemi veri, dunque, e nessuno dei ricercatori finge di ignorarli. Ma il vero danno, in fondo, non lo fanno gli episodi, che ci sono sempre stati, quanto la lente che li ingigantisce. A furia di descrivere la scuola come un fronte di guerra, si rischia di convincere gli unici che ancora la difendono che non valga più la pena di farlo.
Contrordine dai professori: la scuola italiana non è solo lagne e mugugni
In libreria lo studio più ampio mai condotto sui docenti italiani, in un volume curato da Argentin. I risultati sfatano diverse convinzioni negative







