Ho un’amica che, ogni volta che assiste a una conversazione tra gente che scrive sui giornali, mette su il tono da “I vestiti nuovi dell’imperatore” e strepita che però queste cose mica le scriviamo, abbiamo paura, eh!

Le prime volte provavo a spiegarle che più che paura era classismo. Le cene, le chat, le conversazioni in spiaggia della gente che scrive somigliano a quella canzone di Lou Reed intitolata “New York Telephone Conversation”: hai visto cosa gli ha fatto? Hai sentito cos’hanno detto? Chi ci è rimasto sotto e chi si è sfilato?

Si vede subito quando c’è un estraneo, perché l’estraneo pensa che gli intellettuali vogliano parlare di letteratura o al massimo di politica. Di recente a una cena un estraneo ha interrotto un meraviglioso flusso di chi-scopa-con-chi chiedendo convinto di far bella figura: ma secondo voi Vannacci a quanto arriva? Era, come la mia amica, convinto che la pagina pubblica e la chiacchiera privata abbiano gli stessi temi.

Macché. Le chiacchiere sono piene di mignottoni con velleità culturali e disperati con trapianto di capelli che si autoscattano coi famosi: un demimonde che nessuno di noi citerebbe mai in un articolo, non per timore di polemiche ma perché a gente così non si concede la dignità d’essere oggetto di dibattito pubblico.