La teoria della relatività generale di Einstein è uno dei risultati più straordinari della fisica moderna: descrive con precisione il comportamento della gravità su scala cosmica, ha predetto l'esistenza delle onde gravitazionali e dei buchi neri, e continua a superare ogni test sperimentale a cui viene sottoposta. Tuttavia, sappiamo già dove smette di funzionare: dentro i buchi neri e nei primi istanti dopo il Big Bang, dove la materia raggiunge densità tali da rendere gli effetti quantistici non più trascurabili. In questi casi le equazioni di Einstein producono risultati privi di senso fisico. Unire la relatività generale con la meccanica quantistica è uno dei problemi oggi più pregnanti della fisica teorica, reso ancora più complicato dal fatto che le scale di distanza di cui si parla sono venti ordini di grandezza al di sotto di quelle accessibili a qualsiasi apparato scientifico, esistente o anche solo immaginabile.

«La gravità quantistica vive su una scala talmente piccola che non abbiamo una guida sperimentale che ci dica se una teoria sia giusta o sbagliata», spiega Alessia Platania, professoressa ordinaria di fisica teorica all'Università di Graz e ricercatrice all'Istituto Niels Bohr di Copenaghen. «C'è un enorme lavoro teorico da fare per capire come funziona la gravità a quelle scale, e il nostro approccio consiste nel partire dai pilastri fondamentali della fisica che già conosciamo e capire se, usati insieme e senza approssimazioni, riescono a costruire una teoria consistente». Platania oggi ha 35 anni, e quando ne aveva 34 è diventata professoressa ordinaria: un traguardo tipicamente molto difficile da raggiungere prima dei 45 anni e che, nelle poche eccezioni documentate under 35, riguarda non di rado futuri premi Nobel.