Dice che Bruno Pesaola detto il Petisso, leggendario allenatore italo-argentino paradossalmente sottovalutato proprio per la sua penetrante ironia, amasse rinfacciare a José Altafini degli eccessi di prudenza, per non dire altro, facendogli notare l’anomalia di un centravanti che in decenni di carriera non avesse mai subito un graffio o, tanto meno, un infortunio.

Proprio Altafini, centravanti di purissima classe, era la cuspide avanzata di un trio che comprendeva una mezzala dal profilo astrale pure se al tramonto, nientemeno Omar Sivori, e il nero brasiliano, ala velocissima, Jarbas Faustinho detto Cané: nel campionato 1967/68 il trio guidato da Pesaola portò il Napoli ad un secondo posto allora insperabile dietro al Milan di Nereo Rocco e Gianni Rivera.

Quel Napoli con l’allora nuovo stadio intitolato a San Paolo che lo ospitava a Fuorigrotta è l’epicentro e la matrice delle rêverie intorno a cui si costruisce il libro di un redattore storico del manifesto, Flaviano De Luca, dal titolo Tiri a porta. Racconti di un calcio napoletano che non c’è più (Intra Moenia edizioni, pp. 261, euro 19.90) che esce con una appassionata prefazione di Enzo Avitabile.

Si tratta di un mémoir che non indulge tuttavia al sentimento nostalgico di chi si limita a deprecare il calcio formattato di oggi per rimpiangere quello di un buon tempo antico che peraltro non è mai esistito. Il sentimento che lo intride è, semmai, di una malinconia che è tenera senza essere autoindulgente perché è intrisa di continuo di autoironia.