Non pochi fra gli appassionati italiani di calcio disconoscono il valore di Massimiliano Allegri, ritenendo il suo football un arnese del passato di cui vergognarsi, il cosiddetto calcio all’italiana o vulgariter catenaccio riassumibile nella formula difesa chiusa-e-contropiede. Si tratta di uno stereotipo che prescinde dai fatti, nel qual caso un palmarès che ha pochi eguali nel mondo e in Italia è paragonabile solo quello di Carlo Ancelotti. Tanto più è longevo lo stereotipo tanto più l’evidenza lo smentisce, da ultimo il caso di un Milan reduce da anni di risultati deludenti e ora in lotta per i primi posti nonostante i nuovi innesti siano stati numerosi e non tutti di classe cristallina. Di che cosa viene dunque accusato il reprobo Allegri? Di praticare un catenaccio noioso e anzi disgustoso, di «mettere il pullman davanti alla porta» come dice un’iperbole alla moda, di infine essere negato al gioco offensivo o «propositivo» oggi spacciato con l’etichetta non meno banale e qualunquista del «bel gioco».
Che una simile metafisica negherebbe anche il gioco di un Mourinho e persino di uno Jurgen Klopp, teorico del gegenpressing, non scompone coloro cui preme solamente sconciare in effigie l’anomalia anacronistica incarnata, ai loro occhi, da Allegri. Ne dà conto un piccolo libro di Giuseppe Alberto Falci, A corto muso. Max Allegri e gli altri. Il calcio diventa politica (Paesi Edizioni, pp. 94, euro 12.00) il cui senso complessivo è nel sottotitolo e in un passo della prefazione di Pierluigi Battista dove si parla di «un grande allenatore fuori moda, libero dagli schemi freddi e inanimati, oppositore della dittatura della tattica, dei moduli oppressivi, del calcio alla lavagna, dell’ossessione della fase di non possesso e della costruzione dal basso».








