di
Aldo Grasso
La televisione sa rendere leggibile l'impresa senza impoverirne il mistero
La televisione è la grande alleata della rinascita del ciclismo? «Le due ruote» stanno vivendo una nuova età dell’oro. Lo si capisce da un dettaglio: l’eccezione è diventata la regola. Le imprese di Tadej Pogacar non sorprendono più perché si sono trasformate in una consuetudine. I suoi assoli hanno qualcosa del monologo teatrale: sale, cambia ritmo, guarda appena gli avversari e, quando decide che lo spettacolo è finito, cala il sipario.
Ma sarebbe un errore ridurre questa stagione a un uomo solo. Jonas Vingegaard continua a essere l’unico antagonista credibile, il corridore che costringe Pogacar a non trasformare ogni tappa in una formalità. E dietro di loro cresce una generazione che promette di allungare il racconto: Isaac Del Toro, Florian Lipowitz, Oscar Onley, il giovanissimo Paul Seixas. I distacchi si misurano ormai in secondi, non in minuti, e bastano venti secondi di vantaggio o tre chilometri di salita per cambiare la sceneggiatura.






