di Laura Ruzzante
C’è una costante nel dibattito pubblico italiano: ogni volta che si prova a colmare una lacuna di civiltà, si alza subito il polverone. Stavolta tocca alla Campania, dove il Consiglio regionale ha avuto l’ardire di proporre distributori gratuiti di assorbenti nelle scuole. Apriti cielo.
L’iniziativa del consigliere D’Errico, un atto che in un Paese normale sarebbe archiviato come pura amministrazione del buonsenso, ha scatenato la solita, stantia reazione da social media, dove la “parità” viene brandita non per garantire diritti, ma per livellare tutto verso il basso, in una melma di qualunquismo.
Il punto non è la scatola di cotone in sé. Il punto è che in Italia, se sei una studentessa, il tuo corpo è un problema privato che, se non hai i soldi per gestirlo, diventa un’onta pubblica. Ma non ditelo ai campioni della tastiera. I soliti esperti di tutto, pronti a gridare al “femminismo tossico” o alla discriminazione al rovescio, hanno sentenziato: “E i rasoi per gli uomini? Perché non paghiamo la barba a tutti?”. Il paragone è di una idiozia talmente cristallina da richiedere uno sforzo quasi filologico per essere analizzato.
Dimenticano, questi novelli filosofi della spesa, che la barba è una scelta, o al massimo un vezzo estetico che ha fatto la fortuna dei barber shop che spuntano come funghi. La mestruazione, invece, è una condanna biologica che non ammette repliche. Non è una “scelta” e, soprattutto, non si può ignorare. A meno che non si voglia vivere in un mondo dove la dignità di una ragazza è calcolata in base alla sua capacità di nascondere una scia che, per ovvie ragioni fisiche, non può essere “gestita” con la forza di volontà.






