Asset strategico, motore di crescita nazionale, fonte di occupazione e benessere economico, è così che Giorgia Meloni definisce spesso il mare. La presidente del Consiglio parla di blue economy, valore aggiunto, portualità, logistica, turismo. Di recente il governo Meloni ha ricordato che l’economia del mare in Italia vale 76 miliardi di euro e coinvolge oltre 200mila imprese e un milione di occupati. Numeri importanti, certamente. Ma quale idea di mare c’è dietro questa visione?

Perché se il mare viene raccontato soltanto come infrastruttura economica, spazio produttivo, piattaforma logistica o risorsa da sfruttare, manca il punto essenziale: senza ecosistemi sani non esiste alcuna economia blu duratura né interessi economici, finanziari e occupazionali da difendere.

Il problema è che, mentre il governo celebra il mare nei convegni, nei fatti molte scelte vanno nella direzione opposta. La Legge Salvamare, approvata nel 2022 per consentire tra l’altro ai pescatori di portare a terra i rifiuti raccolti accidentalmente nelle reti, non è ancora pienamente operativa. Mancano ancora passaggi attuativi fondamentali, soprattutto quelli relativi alla raccolta e al conferimento nei porti dei rifiuti recuperati in mare, per il cui smaltimento i cittadini italiani pagano da tempo una quota fissa aggiuntiva di 0,10 euro per utenza, domestica e non domestica, sulla TARI, destinata a finanziare la gestione dei rifiuti marini. Di fatto vengono sborsati soldi per un servizio che nei porti resta ad oggi inapplicato o inesistente, come l’operatività stessa della Salvamare. Il risultato è paradossale: una legge nata per togliere plastica dal mare resta incagliata nelle secche della burocrazia.