Per un Paese come il nostro - delimitato da oltre 8mila chilometri di costa - l’economia del mare rappresenta una grandissima potenzialità non solo economica, ma anche occupazionale. A patto che, come tutti gli altri settori, anche la cosiddetta Blue economy (che comprende pesca e acquacultura, cantieristica navale, trasporto marittimo e turismo) sappia evolversi in chiave tecnologica e, al tempo stesso sostenibile.
Il valore aggiunto della Blue Economy
Stiamo parlando di un’industria che, complessivamente, nel 2022 ha generato in Italia un valore aggiunto lordo di 64,6 miliardi di euro, con un impatto complessivo sul Pil di 178,3 miliardi, dando lavoro a oltre un milione di persone, come si legge nello studio «Capitale Naturale Blu» realizzato da Intesa San Paolo e SDA Bocconi School of Management, presentato in occasione del lancio del nuovo Osservatorio sull’economia del mare promosso dal gruppo bancario, che comprende anche una ricerca sul trasporto marittimo e in particolare sulla sua transizione verso la decarbonizzazione. Si tratta dei primi due passi di un lavoro che porterà anche nei prossimi anni alla realizzazione di studi e ricerche che possano rivelarsi strumenti utili alle imprese e ai decisori politici per mettere in campo le azioni necessarie allo sviluppo di un settore decisivo per la crescita del nostro Paese.






