Caro direttore, in questi giorni è successo un altra disavventura di due coniugi escursionisti, dispersi per 5 giorni nei fitti boschi delle Dolomiti friulane al confine con il Veneto. In pratica questa avventura ci deve far riflettere due volte. Primo, la natura assieme all’acqua dei ruscelli, li ha salvati. Secondo, purtroppo la tecnologia dei cellulari ha fallito, isolati per tutti i giorni, ripetitori delle blasonate telefonie mobili assenti. Forse con i cellulari satellitari avrebbero lanciato un sos. .. Bisogna da subito rispettare la natura, se i ruscelli fossero stati a secco sarebbero morti. Poi bisogna potenziare le reti in montagna per le telecomunicazioni, se vogliamo una civiltà moderna.
Francesco Pingitore BellunoLa risposta del direttore del Gazzettino, Roberto Papetti Caro lettore, lei ha ragione: bisogna rispettare la natura. Ma per rispettarla bisogna anche e innanzitutto conoscerla. E non affidarsi ciecamente alla tecnologia, nella speranza che, se succede qualcosa su un sentiero o su una parete, c’è sempre il telefonino a cui ricorrere per ritrovare la giusta via, chiedere aiuto o far intervenire i soccorsi. Lei auspica la copertura da parte della rete cellulare di tutti i territori di montagna. Ben venga. Ma questo non può diventare un alibi per affrontare ambienti naturali assai diversi da quelli che la maggior parte delle persone frequentano abitualmente, senza un’adeguata preparazione e conoscenza dei luoghi e delle possibili difficoltà che possono presentarsi.I due escursionisti che hanno trascorso cinque giorni dispersi tra le Dolomiti friulane cibandosi solo dell’acqua di un ruscello, sono stati salvati perché un elicottero del soccorso alpino, dopo lunghe ricerche, li ha individuati. L’occhio umano è arrivato laddove il telefonino non dava segni di vita. Sono stati fortunati. Molto fortunati, direi. Erano in una zona che, come accade per gran parte dell’area degli Spalti di Toro a cavallo tra il Cadore e le Dolomiti friulane, è scarsamente coperta dai cellulari.Chi frequenta quelle montagne lo sa. Come sa che il sentiero Marini che collega il bivacco Gervasutti al rifugio Pordenone e lungo il quale la coppia marchigiana si è persa, non è mai stato un tracciato elementare ed è da tempo dismesso, la segnaletica è molto scarsa e il percorso presenta passaggi complicati in un contesto alpino severo e non particolarmente frequentato.Non voglio criticare o accusare nessuno: può darsi che i due escursionisti avessero studiato con attenzione certosina il percorso, conoscessero le difficoltà e il contesto non banale in cui doveva svilupparsi la loro escursione. Poi per un errore siano finiti sul sentiero sbagliato e invece di proseguire, abbiano deciso di fermarsi nell’attesa, lunga ma non vana, che qualcuno venisse a salvarli. È andata loro bene. Ma anche questa vicenda ci insegna che la tecnologia, da sola, non basta. Non possiamo dipendere da lei. Dobbiamo innanzitutto contare su noi stessi, sulla nostra preparazione e sulle nostre capacità. In montagna e non solo.













