Negli anni Novanta il Catarratto occupava quasi 90mila ettari di vigneto siciliano. Oggi ne restano poco meno di 29mila; abbastanza per farne una delle grandi uve bianche d'Italia e troppo pochi per lasciarlo nel vecchio ruolo di vino abbondante ma anonimo e funzionale alla massa. Da questa soglia nasce Arca, Associazione regionale del Catarratto Autentico, alleanza fra sei aziende familiari che prova a dare al vitigno più agricolo della Sicilia un'identità nuova, fondata sul territorio, sulla riconoscibilità e, soprattutto, sul valore.
Sono Bagliesi a Naro, Caruso & Minini a Salemi, Castellucci Miano a Valledolmo, Di Bella nella Valle dello Jato, Feudo Disisa a Monreale e Tenute Lombardo nel Nisseno a comporre una mappa che tocca Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta. Insieme coltivano 80 ettari di Catarratto, con un potenziale produttivo di circa settemila ettolitri, un decalogo e una carta dei vini. La tesi forte di questi produttori è che il Catarratto può diventare il grande bianco siciliano quando non è più percepito come un'uva indistinta e torna a dire da quale vigna proviene, quanto tempo ha avuto per maturare e che rapporto ha costruito con il suolo e con il clima.
Il nodo lo spiega Tonino Guzzo, consulente enologico del progetto. "Il Catarratto è rimasto per decenni prigioniero di un pregiudizio tecnico: tra la fine degli anni '80 e i primi anni 2000 era diffusa l'idea che questa varietà producesse vini amari, ricchi di polifenoli facilmente ossidabili e caratterizzati da aromi rustici e poco fini. In altre parole, un'uva considerata ‘difficile’ e poco adatta a vini di qualità". Poi la svolta. "La realtà si è rivelata molto diversa. Già dai primi anni '90, grazie a una gestione più attenta del vigneto e a tecniche di vinificazione moderne, è stato possibile ottenere vini di Catarratto freschi, vibranti, con acidità ben definita e aromi tiolici intensi e piacevoli".







