CONEGLIANO (TREVISO) - «Lucida agonia». Si rendeva conto di quello che gli stava accadendo. Per 151 giorni, dopo l’intervento e le complicanze che lo avevano travolto, ha vissuto nella consapevolezza del progressivo aggravarsi delle proprie condizioni, fino alla morte. È uno dei passaggi più dolorosi della sentenza con cui il Tribunale di Treviso ha condannato l’Uls 2 a risarcire la figlia di un uomo di 71 anni, deceduto nel 2014 dopo un cateterismo eseguito all’ospedale di Conegliano. Il giudice Susanna Menegazzi ha riconosciuto una responsabilità professionale della struttura sanitaria e ha liquidato alla ricorrente 142.586 euro, oltre interessi e spese. È una delle due decisioni che, nel giro di pochi giorni, hanno visto l’Azienda sanitaria chiamata a rispondere in sede civile per vicende sanitarie molto diverse tra loro. Nell’altro caso, il Tribunale ha riconosciuto a una donna un risarcimento complessivo di 578.789,71 euro, oltre rivalutazione, interessi e spese, per le conseguenze di tre interventi chirurgici eseguiti all’ospedale di Castelfranco tra il 2009 e il 2011. In totale, le due condanne superano i 720mila euro.
Le sentenze Il primo caso riguarda un anziano sottoposto nel maggio 2014 a un cateterismo femorale all’ospedale di Conegliano. Secondo quanto ricostruito nella sentenza, la procedura comportò la puntura della vena femorale destra. Dopo l’intervento comparvero un ematoma, raccolte di sangue e un versamento pericardico. I consulenti nominati dal Tribunale hanno ritenuto che il cateterismo si fosse complicato anche con una perforazione meccanica del ventricolo destro di natura iatrogena. Il quadro clinico degenerò poi in uno stato infettivo grave, compatibile con un’infezione correlata all’assistenza, fino allo shock settico e all’insufficienza multiorgano. La struttura sanitaria aveva contestato la responsabilità, sostenendo l’assenza di colpa e mettendo in discussione il nesso tra la procedura e il decesso. Ma il Tribunale ha accolto le conclusioni della consulenza tecnica: secondo il criterio civilistico del “più probabile che non”, la condotta sanitaria ha avuto un ruolo nella determinazione della morte. La sentenza parla di «lucida agonia», ovvero il periodo in cui il paziente, pur gravemente compromesso, ha percepito la propria condizione e il progressivo avvicinarsi della morte. Il secondo caso riguarda invece una donna operata tre volte all’ospedale di Castelfranco tra il 2009 e il 2011. La paziente era stata sottoposta il 13 ottobre 2009 a un intervento di emicolectomia sinistra e chirurgia ginecologica per un quadro complesso. Dopo quell’operazione, secondo la ricostruzione del Tribunale, comparvero gravi complicanze, tra cui una fistola retto-vaginale e la fuoriuscita di materiale fecale. Il 3 novembre dello stesso anno fu eseguito un secondo intervento in cui venne praticata una colostomia, ma la fistola non venne risolta. Da quel momento iniziò un percorso lunghissimo. La donna rimase stomizzata per anni, con conseguenze pesantissime sulla vita quotidiana, sociale, intima e lavorativa. Il terzo intervento, nel giugno 2011, avrebbe dovuto ripristinare la canalizzazione intestinale, ma durante la procedura si verificò anche una lesione dell’uretere destro, poi reimpiantato sulla vescica. La stomia non venne chiusa. Solo nel 2015, a Padova, la paziente fu sottoposta ad altri due interventi che permisero di riparare la fistola e chiudere definitivamente la stomia. In tutto, la donna rimase in quella condizione per oltre duemila giorni. Il giudice Roberto Favaro Morosini ha riconosciuto la responsabilità della struttura sanitaria per un inadeguato management complessivo del caso.






