di
Aldo Grasso
Il documentario «Lino d’Italia – Storia di un itAlieno» è un confronto continuo fra il personaggio pubblico e l'uomo privato
In «Lino d’Italia – Storia di un itAlieno» Lino Banfi mette in scena un autoritratto in cui l’attore dialoga con Pasquale Zagaria, il ragazzo pugliese che non ha mai smesso di abitare dietro la maschera del comico. Lo sdoppiamento è la trovata più felice del documentario di Marco Spagnoli: Banfi conversa con il proprio passato, rievoca il padre, le origini contadine, il seminario, la fame di spettacolo.
È un confronto continuo tra il personaggio pubblico e l’uomo privato, tra la celebrità e il ragazzo che cercava un posto nel mondo (Rai1). Il racconto acquista così una dimensione teatrale, quasi pirandelliana, senza perdere il tono popolare che ha sempre contraddistinto Banfi. La memoria personale si intreccia con quella collettiva, facendo riemergere una stagione dello spettacolo italiano ormai scomparsa: la grande scuola dell’avanspettacolo, dove si imparava il mestiere davanti a platee difficili, senza scorciatoie. È lì che nasce l’attore, ed è lì che compare una figura decisiva come Totò, che gli suggerisce persino il nome d’arte.












