Le democrazie non si logorano soltanto per effetto della grande corruzione o delle clamorose inchieste giudiziarie. Si consumano lentamente, quasi impercettibilmente, quando i cittadini iniziano a convincersi che il potere risponda a logiche diverse da quelle della legge, del merito e dell’imparzialità.

L’abolizione del reato di abuso d’ufficio va letta anche in questa prospettiva: non come una semplice modifica del codice penale, ma come un arretramento culturale nella tutela della legalità.

Per difendere quella scelta si è ripetuto fino alla noia che questo reato è inutile, in quanto produce poche condanne e solo archiviazioni, alimentando invece la cosiddetta “paura della firma”. Argomento suggestivo, ma profondamente insufficiente ed iniquo.

L’abuso d’ufficio costituiva un limite all’esercizio arbitrario del potere pubblico; spesso era la spia di reati più gravi, come la corruzione e la concussione, in relazione ai quali i magistrati che vogliono indagare oggi hanno le armi sempre più spuntate. Ricordava a chi esercita una funzione pubblica che non può utilizzare il proprio ruolo per favorire alcuni o danneggiare altri, in violazione dei principi di imparzialità e buon andamento sanciti dalla Costituzione.