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Massimiliano Jattoni Dall’Asén

Dai verbali del 10 e 11 giugno emerge il cambio di rotta della banca centrale: il caro energia si diffonde nell'economia, ma non ha ancora innescato la spirale prezzi-salari che la Bce teme di più

Non è il rialzo dei tassi in sé la notizia che emerge dai verbali della riunione del Consiglio direttivo della Banca centrale europea del 10 e 11 giugno, pubblicati il 9 luglio. Quella decisione era ovviamente già nota. La vera novità è il cambio di prospettiva con cui Francoforte guarda alla crisi energetica innescata dalla guerra in Medio Oriente. Per i governatori, infatti, lo choc non può più essere considerato un fenomeno destinato a riassorbirsi rapidamente: è diventato più persistente del previsto, sta iniziando a propagarsi lungo tutta la filiera produttiva e rischia di mantenere alta l'inflazione ben oltre i rincari di petrolio e gas. È questa la convinzione che, un mese fa, ha portato il Consiglio direttivo a giudicare «appropriato» l'aumento di 25 punti base dei tassi.

Il documento restituisce l'immagine di una Bce più preoccupata rispetto alla primavera. Se fino a poche settimane prima prevaleva l'idea di poter «guardare oltre» lo choc energetico, confidando in un suo graduale riassorbimento, dai verbali emerge che questo non è più possibile. L'istituto guidato da Christine Lagarde ritiene ormai che il rincaro dell'energia possa produrre effetti più duraturi sull'economia e che, proprio per questo, la politica monetaria debba reagire senza attendere ulteriori conferme. Resta però fermo un principio: nessun percorso prestabilito sui tassi. Le prossime decisioni continueranno a essere prese riunione per riunione, sulla base dei dati.