Avevo sentito parlare di Alessandro Casolari per anni. Dal 2016 in poi, mentre lavoravo al mio libro sugli ultrà italiani, il soprannome Caso spuntava di continuo. Tra la fine degli anni ottanta e i primi anni novanta era stato il capo di quelli della Spal, la squadra di calcio di Ferrara. Ferrara è sempre sembrata una città un po’ ai margini, confinata in una terra paludosa di nebbie e alluvioni. Ci andavo abbastanza spesso. Qualche anno fa, quando ho cominciato a scrivere un libro dedicato al Po, ci sono tornato, ma senza mai incontrare Caso.
All’improvviso, nel dicembre del 2024, mi ha chiamato lui: si era fatto dare il mio numero da un amico in comune. Parlava senza sosta, intrecciando storie su Caracas, Medellín, la cocaina e il Kosovo. Saltava da un racconto all’altro, tutti con una decina di sottotrame che voleva spiegare per filo e per segno. Una frase su due terminava con “hai capito?”. Per esempio, da quello che avevo capito nel 1998 c’era stato un omicidio e si era ritrovato a un funerale accanto a un uomo che aveva appena vinto alla lotteria. Con quei soldi erano andati tutti e due in Colombia: lì Casolari aveva conosciuto sua moglie, era entrato in contatto con i guerriglieri delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), si era occupato di trattative per la liberazione degli ostaggi e alla fine aveva importato centinaia di chili di cocaina nel nord Italia. Sembrava tutto un po’ improbabile, ma Casolari conosceva nei dettagli l’itinerario della cocaina, dalla giungla alle strisce sullo specchio. Provare a fargli una domanda era come lanciare un aeroplanino di carta in mezzo a una bufera.









