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10 FEBBRAIO 2026

Ultimo aggiornamento: 17:11

Tutte le strade portano a Cerignola. Sempre. A ogni colpo. Da Nord a Sud. Quando un portavalori viene svaligiato in assetto paramilitare, carabinieri e poliziotti della città sentono squillare i loro telefoni e devono iniziare a controllare, perquisire, ascoltare. Perché sarà probabilmente in questo paesone al confine tra le province di Foggia e di Barletta-Andria-Trani che l’indagine sul commando troverà la soluzione. Ci sono ormai decine di inchieste che lo raccontano. E dentro le loro pieghe è spesso ricostruita la genesi della specializzazione della criminalità cerignolana: le bande hanno ormai assunto un assetto logistico assimilabile a un “modello aziendale”, spiegarono gli inquirenti dopo un blitz del 2022 che portò in carcere 17 persone.

Uno schema altamente professionalizzato, con compiti e ruoli precisi, dove però non manca l’archetipo familiare come in qualsiasi clan, nonostante le squadre d’assalto spesso siano variabili e composte da specialisti assoldati senza un legame associativo stabile. Giuseppe Bruno, considerato uno dei “boss” delle rapine a tir e portavalori, venne intercettato mentre impartiva la lezione del comando al figlio: “Tu coordinerai il lavoro Salvatore, è importante – gli spiegava – Devi avere il cervello di capire (…) Domani tu devi gestire (…) Sei tu che devi comandare e… non devi sbagliare, perché devi essere d’esperienza”. Una sorta di lascito testamentario del crimine, un passaggio di consegne tra padre e figlio: una vera e propria “investitura” delle nuove generazioni.