C’è un’arte antica, quasi sacra, nel gesto di chi dispone la farina a fontana sulla spianatoia, creando quello spazio vuoto al centro pronto ad accogliere l’acqua o le uova. È il gesto di chi sa che, per generare qualcosa di nuovo, bisogna prima fare spazio, mettersi in ascolto della materia e accettare che elementi diversi si mescolino fino a diventare un unico corpo.

Recentemente ho incrociato la storia di S., un giovane fotografo italiano che ha trasformato la sua “arte”, in un ponte di comunicazione tra mondi apparentemente lontanissimi.

S. viaggia spesso verso l’Africa e altri paesi in via di sviluppo, non come un turista distratto, ma come chi sa \"abitare lo spazio\" dell’altro con discrezione e umiltà.

Attraverso l’obiettivo della sua macchina fotografica, egli raccoglie frammenti di vita, sguardi e storie che sono come la farina grezza: pura, vera, essenziale.

Quando torna in Italia o in Europa per le sue mostre, quel materiale raccolto diventa l’ingrediente principale di un impasto di solidarietà.