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Lo slogan gridato più spesso dai manifestanti è “mabahambe”, che vuol dire “devono andarsene”, con le buone o con le cattive: via gli immigrati dal Sudafrica, via dalle loro case, dai loro posti di lavoro. Via dalla terra che li aveva accolti dal 1994 in poi quando, con l’elezione alla presidenza di Nelson Mandela, ebbe fine il governo razzista del National Party, della “minoranza bianca”, cancellando con un colpo di spugna l’apartheid, il regime di segregazione razziale in base al quale i diritti politici e il benessere economico dovevano essere riservati esclusivamente alla popolazione di pelle bianca (e quella vergogna è durata 46 anni, dal 1948 al 1994). Oggi la tensione razziale è tornata ad attraversare con prepotenza il Sudafrica, e con straordinarie punte di violenza: con saccheggi, baracche incendiate e con un numero imprecisato di vittime (il caso accertato più recente riguarda tre uomini originari del Mozambico uccisi a Mossel Bay, all’estremo sud del paese), con centinaia di “marce” di protesta, alcune delle quali sono degenerate in manifestazioni di pura violenza, interrotte dalla polizia. La polizia sudafricana ha dichiarato di aver fermato oltre 900 persone per quelle violenze; e di aver arrestato più di 6.800 migranti illegali soltanto nell’ultima settimana, dal 29 giugno al 5 luglio. E le crescenti preoccupazioni per la sicurezza hanno spinto diversi paesi africani (Malawi, Zimbabwe, Mozambico, Ghana, Nigeria, Kenya e Repubblica Democratica del Congo) a organizzare operazioni di “rimpatrio volontario”. Le autorità di frontiera del Sudafrica hanno fatto sapere che nell’ultimo mese, dal 7 giugno in avanti, oltre 35.000 persone sono state “rimpatriate o deportate”.Agenti di polizia sotto accusaMa c’è anche un altro episodio, assai grave e ancora piuttosto oscuro, che riguarda due cittadini nigeriani assassinati uno nella città di Witbank e l’altro a Sunnyside, un sobborgo della capitale Pretoria. Il ministero degli Esteri nigeriano ha rilasciato domenica scorsa una nota, pubblicata sul social X, nella quale si condanna l’uccisione di due cittadini nigeriani in Sudafrica, “in un contesto di crescenti attacchi xenofobi e afrofobi”, con la richiesta dell’immediata apertura di un’indagine. Ma in quella stessa nota si indica come uno dei due uomini, Emeka Charles Iroegbu, sarebbe stato “presumibilmente ucciso da quattro agenti della Polizia Metropolitana di Tshwane (una municipalità che comprende diverse aree attorno a Pretoria) il 28 giugno 2026, usando tecniche di interrogatorio raccapriccianti” (a quanto si sa era stato fermato per presunto possesso di droga). Il governo nigeriano, che ha individuato il rischio di “ingiuste generalizzazioni che possono portare ad associare i cittadini di nazionalità nigeriana alla criminalità”, ha inoltre ricordato che quegli stessi agenti si sarebbero resi responsabili, il 20 aprile scorso, dell’uccisione di un altro cittadino nigeriano. Ma nessun provvedimento è stato finora preso dal Servizio di Polizia Sudafricano (SAPS), che ha respinto i sospetti. Mentre la polizia locale ha attribuito l’omicidio del commerciante a Witbank, ucciso a colpi d’arma da fuoco davanti al suo negozio, a “criminali non identificati durante una sparatoria isolata che non sembra collegata alle proteste”. Le autorità sudafricane si sono limitate a condannare le violenze e a promettere un rafforzamento della sicurezza.Difficile in un simile contesto, e in una nazione che resta tra le più pericolose al mondo, con un altissimo tasso di omicidi (la media storica è di 70 uccisioni al giorno, con lievi segnali di miglioramento nell’ultimo biennio), stimare un numero attendibile di vittime collegate alle proteste e alle crescenti tensioni di questi ultimi mesi. Proteste alimentate soprattutto da due gruppi che soffiano sul fuoco della xenofobia: il movimento anti-immigrati Operation Dudula (che si è anche registrato come movimento politico) e l’organizzazione civica March and March. Gli attivisti di Dudula (in lingua zulu significa “rimuovere qualcosa con la forza”) hanno cominciato a farsi notare nel 2022 bloccando l’ingresso di una clinica a nord di Johannesburg, pretendendo di vedere i documenti dei pazienti, e impedendo fisicamente l’ingresso ai “non sudafricani”. Da lì le loro azioni si sono fatte più capillari: dalla metà del 2025, come riportava la Bbc in un reportage pubblicato a ottobre dello scorso anno, è stato negato l’accesso ad almeno 53 cliniche nelle province di KwaZulu-Natal, Limpopo, Mpumalanga e Gauteng. Un evidente abuso, commesso da uomini che indossavano magliette bianche con su scritto “Operazione Dudula - Deportazione di massa”. E nonostante le denunce, nessuno ha impedito agli attivisti di continuare a compiere le loro azioni razziste. La Commissione per i Diritti Umani (HRC) ha denunciato più volte quanto sta accadendo e ha accusato apertamente il governo di non aver agito contro i gruppi di “vigilanti”. La Corte Suprema del KwaZulu-Natal, una provincia sulla costa orientale del Sudafrica (ne fa parte l’importante città portuale di Durban) si è rifiutata di affrontare la questione ritenendola “non urgente”. Una “diffusa inazione”, salvo alcuni sporadici episodi, che ha dato un’ulteriore spinta alla crescita dei movimenti xenofobi. Con Jacinta Ngobese-Zuma, 40 anni, leader e fondatrice, nel marzo 2025, dell’organizzazione March and March, che ha promesso di mantenere presìdi di protesta ogni giovedì “finché il governo non prenderà provvedimenti per rimuovere gli immigrati senza documenti dal Sudafrica”.Alta disoccupazione e criminalitàMa perché tanto rancore verso gli immigrati? Secondo quanto racconta la stessa Jacinta Ngobese-Zuma il movimento March and March è nato da “un crescente senso di frustrazione e disperazione tra i cittadini comuni che si sentono stranieri nella loro stessa città”. E non è questione di colore della pelle, ma di opportunità, di rabbia, di disperazione: “Il nostro popolo si è radunato, migliaia di persone unite nella loro diversità – bianchi, neri, indiani, xhosa, tsonga, tswana, swati, zulu e tutti gli indigeni del nostro paese, tutti desiderosi di un Sudafrica sicuro e prospero”. Ngobese-Zuma promette che March and March non diventerà mai un partito: ma la formazione che più integralmente sposa quelle istanze è uMkhonto weSizwe (MK, letteralmente “lancia della nazione”), che era l’ala paramilitare dell’African National Congress (ANC), fondato da Nelson Mandela, che dal 1994 è al governo della nazione (da alcuni anni in coalizione con il partito centrista Democratic Alliance e con i conservatori dell’Inkatha Freedom Partye). MK è un partito con posizioni populiste di sinistra in ambito economico, ma che sul tema immigrazione sostiene una posizione drasticamente nazionalista. Di certo sul successo delle proteste pesa quel dato del 32,7% di disoccupazione che spinge un terzo della popolazione verso la miseria, verso la necessità di trovare le risorse economiche per andare avanti, con una pressione crescente sui servizi pubblici che non riescono ad assorbire le richieste. E prendersela con gli immigrati irregolari, accusandoli di “rubare” il lavoro e di alimentare la criminalità, come accade con allarmante frequenza in ogni angolo del mondo, appare la via più semplice per illudersi di risolvere un problema assai più complesso. Come sostiene il sito d’informazione sudafricano Explain: “Gli esperti di migrazione ritengono che incolpare i migranti senza documenti semplifica eccessivamente un problema molto più profondo. Ritengono che la disoccupazione e le difficoltà nei servizi pubblici abbiano più radici in fallimenti governativi di lunga data, e che gli stranieri vengano spesso considerati capri espiatori per frustrazioni accumulate da anni. Perfino il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha recentemente definito la creazione di posti di lavoro una priorità assoluta, il che dimostra quanto la disoccupazione sia già centrale nel dibattito nazionale”. Secondo le stime ufficiali più recenti, pubblicate da Statistics South Africa, in Sudafrica vivono tra 2,4 e 3,1 milioni di persone nate all’estero (provenienti soprattutto da nazioni africane) e con regolare permesso di soggiorno, su una popolazione complessiva di oltre 65 milioni. Imprecisato invece il numero dei migranti irregolari. Secondo quella stessa indagine il “tasso di assorbimento occupazionale” è del 64% tra le persone nate all’estero, rispetto al 38% tra i residenti nati in Sudafrica.Le responsabilità del governoRestano però intatte le responsabilità del governo sudafricano, come sottolinea lo Human Rights and Legal Research Centre (HRLRC), che in un recente rapporto scrive: “La persistenza degli attacchi xenofobi in Sudafrica non è casuale, ma il risultato di fallimenti sistemici di governance. Sebbene politiche come il Piano d'Azione Nazionale contro il razzismo e la xenofobia esistano sulla carta, l’attuazione è stata debole, incoerente e in gran parte inefficace. Ci sono state mancanze nel prevenire violenze ricorrenti contro migranti e rifugiati, risposte ritardate o inadeguate delle forze dell'ordine durante gli attacchi, mancanza di responsabilità per i responsabili di violenza xenofoba, oltre a pratiche di polizia discriminatorie contro cittadini stranieri. I rapporti di organizzazioni come Human Rights Watch evidenziano come le forze dell’ordine abbiano avuto, a volte, comportamenti di “complicità”, sia per negligenza che per abusi diretti, rafforzando ulteriormente la vulnerabilità dei migranti. Questo schema segnala una pericolosa normalizzazione della violenza anti-immigrati in Sudafrica, dove gli stranieri sono lasciati esposti senza una protezione statale significativa”. Lo Human Rights and Legal Research Centre punta il dito anche contro l’Unione Africana: “In quanto principale organismo regionale incaricato di tutelare pace, sicurezza e diritti umani in tutta l’Africa, il suo silenzio sugli attacchi xenofobi in Sudafrica è evidente e inaccettabile”.Il mese scorso il politologo Loren B. Landau, Professore di Migrazione e Sviluppo presso l'Università di Oxford, ha firmato un’interessante analisi su The Conversation: “La discriminazione xenofoba è diventata una caratteristica del panorama socio-politico del Sudafrica post-apartheid – scrive il professor Landau. “Le nostre indagini mostrano che nelle township le associazioni di "sviluppo comunitario" gestiscono racket di protezione per determinare chi può vivere o svolgere attività nelle loro "comunità". Lavorano in collaborazione con la polizia locale per rimuovere le persone indesiderate. I leader eletti spesso distolgono lo sguardo o li abbracciano per ottenere voti. Non si tratta di far rispettare la legge o creare opportunità per tutti. Non si tratta di controllo dell’immigrazione. Si tratta di usare la divisione sociale per estrarre risorse e costruire potere”. Il prossimo 4 novembre in Sudafrica si terranno importanti elezioni amministrative, per eleggere i consigli di tutti i distretti, i comuni metropolitani e locali in ciascuna delle nove province del paese. La Commissione Elettorale del Sudafrica (IEC) ha annunciato che sono in tutto 508 i partiti politici che parteciperanno alla competizione elettorale (299 quelli registrati a livello nazionale). Un panorama talmente frammentato che sembra, per ora, far prevalere una generale prudenza nell’affrontare la questione dei “vigilanti” anti-immigrati. Con il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa che si ferma ai proclami: “Non permetteremo a gruppi organizzati di usare le legittime preoccupazioni dei sudafricani per destabilizzare il nostro paese incitando all’illegalità e alla violenza”, ha detto Ramaphosa, mettendo in guardia i cittadini dal fermare le persone per strada per chiedere la loro identità. “L’applicazione delle leggi sull'immigrazione è una responsabilità esclusiva dello Stato”. Ma non basterà l’ennesimo appello al buon senso per risolvere il problema.








