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C’è un «particolare» che continua a sfuggire nel racconto della gigantesca operazione di acquisto delle mascherine, per un miliardo e 250 milioni di euro, durante la pandemia. Da anni si discute del fatto che lo Stato avrebbe pagato quei dispositivi fino a quattro volte il loro valore. La ricostruzione è emersa dalle inchieste giudiziarie e dalle audizioni davanti alla Commissione parlamentare sul Covid.
Rileggendo però le carte, viene spontaneo chiedersi se non ci si sia fermati un passaggio prima della vera domanda. Quale era davvero il prezzo di quelle mascherine cinesi? Non quello indicato nelle fatture arrivate in Italia o quello dichiarato dagli intermediari. Ma il prezzo pagato all’origine, nel momento esatto in cui quei dispositivi lasciavano la fabbrica cinese.
Perché se il prezzo preso come riferimento fosse stato già «gonfiato» lungo la filiera commerciale, allora anche il famoso sovrapprezzo «quadruplicato» rischierebbe di raccontare soltanto una parte del fenomeno.
Una delle giustificazioni è stata quella secondo cui il prezzo di circa 0,49 euro a mascherina avrebbe compreso trasporto, logistica e consegna, risultando quindi compatibile con i valori di mercato di quel periodo emergenziale.













